Acciaierie d’Italia annuncia la fermata temporanea degli stabilimenti ex Ilva di Genova e Novi Ligure entro il prossimo 15 novembre. Una decisione che riaccende l’allarme sul futuro della siderurgia italiana e provoca la dura reazione dei sindaci delle due città maggiormente coinvolte, Silvia Salis e Rocchino Muliere, che definiscono “del tutto inaccettabile” la prospettiva di una serrata degli impianti.
La comunicazione dell’azienda è stata trasmessa alle istituzioni regionali liguri e piemontesi e prevede, in conseguenza della fermata, la richiesta di attivazione degli ammortizzatori sociali. Nei due stabilimenti sono complessivamente occupati 1.481 lavoratori: 929 a Genova, dei quali circa 250 già in cassa integrazione, e 552 a Novi Ligure, con altri 150 lavoratori già interessati dalla cassa integrazione.
La prospettiva di una nuova interruzione della produzione arriva in una fase particolarmente delicata per Acciaierie d’Italia, segnata dal complesso percorso di vendita e dalle conseguenze della vicenda giudiziaria che riguarda lo stabilimento di Taranto.
“Questa mattina Acciaierie d’Italia S.p.A. in Amministrazione Straordinaria ci ha annunciato che, in seguito al noto decreto della Corte d’Appello di Milano che riguarda la fabbrica di Taranto, entro il prossimo 15 novembre avverrà la fermata temporanea generale degli stabilimenti ex Ilva di Genova e di Novi Ligure”, dichiarano Salis e Muliere.
I due sindaci riconoscono la complessità della situazione attraversata dall’azienda, ma contestano con forza le conseguenze che la fermata avrebbe sui lavoratori e sui territori.
“Pur comprendendo la lunga e complessa fase di difficoltà che sta attraversando l’azienda, l’annuncio di una serrata è del tutto inaccettabile. Le conseguenze nefaste dei continui ritardi che stanno caratterizzando il percorso di vendita non possono ricadere ancora una volta sui lavoratori, sulle loro famiglie e sui territori in cui vivono e lavorano”.
Salis e Muliere guardano quindi agli incontri in programma a Roma tra governo, organizzazioni sindacali e parti interessate, auspicando un cambiamento del quadro.
“Ci auguriamo vivamente che negli incontri di oggi e domani a Roma, tra le rappresentanze sindacali, il governo e le parti interessate, il quadro possa migliorare sensibilmente. Una serrata della fabbrica rappresenta una prospettiva insostenibile: lo è per le lavoratrici e i lavoratori, lo è per le città di Genova e di Novi e lo è per l’intera filiera siderurgica del nostro Paese”, sottolineano i due primi cittadini.
La preoccupazione riguarda infatti non soltanto i dipendenti direttamente coinvolti, ma l’intero sistema produttivo che ruota attorno agli stabilimenti. Genova e Novi Ligure rappresentano due nodi importanti della filiera siderurgica e una loro fermata rischia di avere ripercussioni anche sulle imprese dell’indotto e sulle attività collegate alla produzione e alla lavorazione dell’acciaio.
Sul caso sono intervenuti anche i presidenti delle Regioni Liguria e Piemonte, Marco Bucci e Alberto Cirio, che in una nota congiunta definiscono “molto grave” l’annunciata chiusura temporanea degli stabilimenti ex Ilva di Cornigliano, Novi Ligure e Racconigi.
“Riteniamo indispensabile mantenere la continuità produttiva, in attesa che subentrino nuovi soggetti e possa avvenire il rilancio dell’azienda”, affermano Bucci e Cirio, indicando nella salvaguardia dell’occupazione e della produzione dell’acciaio in Italia una priorità.
La vicenda di Genova è strettamente legata a quella di Taranto. La progressiva fermata dell’area a caldo pugliese, dopo l’ultima colata dell’altoforno 2, rende infatti sempre più problematica la disponibilità di materiale necessario per alimentare le successive lavorazioni negli stabilimenti collegati.
A Genova l’impatto è già stato analizzato dai sindacati. Nicola Appice, segretario generale della Fim Cisl di Genova, dopo un sopralluogo tecnico negli impianti ha spiegato che le scorte residue consentirebbero alle lavorazioni di proseguire ancora per alcune settimane.
“Facendo un giro sugli impianti per verificare il materiale residuo da lavorare, abbiamo stimato che per la parte della latta l’autonomia arrivi fino a circa metà novembre, mentre sullo zincato la lavorazione potrebbe arrivare fino a novembre”, ha spiegato Appice.
“Di fatto, tutto lo stabilimento ha vita utile lavorativa di circa un mese. Senza nuove forniture, a metà mese la produzione si azzererà, trasformando il blocco dell’area a caldo pugliese in una chiusura di fatto anche per le linee di lavorazione genovesi”.
Il rischio, dunque, è che una crisi nata attorno alla continuità produttiva di Taranto finisca per propagarsi lungo tutta la filiera, coinvolgendo stabilimenti che dipendono dalla disponibilità di semilavorati e mettendo ulteriormente sotto pressione l’occupazione.
Per Genova si tratta di una prospettiva particolarmente delicata. Cornigliano rappresenta da decenni una componente fondamentale della storia industriale della città e il suo futuro è legato non soltanto alla tutela dei posti di lavoro, ma anche alla capacità dell’Italia di mantenere una propria filiera siderurgica.
La richiesta che arriva dai territori è quindi quella di evitare che l’ennesima fase di crisi venga scaricata sui lavoratori attraverso nuovi periodi di cassa integrazione e sospensione delle attività. Il nodo centrale resta quello della continuità produttiva, in attesa di una soluzione industriale stabile che garantisca investimenti, occupazione e prospettive concrete.
Per Genova e Novi Ligure, il 15 novembre rischia così di diventare una nuova data simbolica nella lunga vicenda dell’ex Ilva: non soltanto l’annuncio di una fermata temporanea, ma il punto dal quale misurare la capacità delle istituzioni e dei soggetti industriali di impedire che una crisi aziendale si trasformi in un arretramento strutturale della siderurgia italiana.
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