#Finsubito news – BORSA CINESE & IA | Il crollo da 480 miliardi svela la trappola in cui è finita Pechino


La bolla tecnologica cinese mette a rischio investimenti e imprese. Lo Stato finanzierà l’IA assumendo i rischi di un settore che non farà profitti subito

 

Al 26 ottobre, lo STAR50, l’indice tecnologico della Borsa di Shanghai, aveva registrato un calo del 40% in meno di quattro mesi, un risultato negativo che rappresenta l’esito di un trend negativo avviato già nel mese di luglio, in cui il calo era stato del 25,9%. Parliamo di una riduzione di circa 480 miliardi di dollari del valore di mercato delle azioni, che impatta soprattutto i risparmiatori, ma i problemi più gravi si avrebbero se questa contrazione finisse per rendere più difficile finanziare le imprese, costringendole a ridurre gli investimenti e gli ordini ai fornitori.



Lo scoppio di questa bolla finanziaria, connessa ai titoli tecnologici legati all’intelligenza artificiale, rappresenta uno stress test per l’economia cinese e, quindi, per la capacità del Partito comunista di governarne la transizione verso un sistema autosufficiente dal punto di vista tecnologico.

Un crollo così significativo impone una riflessione circa la qualità degli investimenti e su chi ne debba sostenere le perdite. Al momento, lo Stato sembra intenzionato a ridurre le conseguenze dello scoppio della bolla, cercando di evitare che possa coinvolgere il finanziamento delle imprese del settore, impegnandosi a stabilizzare i mercati. Goldman Sachs ha stimato in 170 miliardi di yuan il valore delle quote di ETF comprate da investitori legati allo Stato nel corso di ottobre.



Un atteggiamento contraddittorio che, da un lato, invita gli investitori alla disciplina e al rispetto dei risparmiatori, dall’altro si impegna a un intervento diretto attraverso le misure della China Securities Regulatory Commission (CSRC), la commissione di regolamentazione dei valori mobiliari, e gli acquisti della cosiddetta «squadra nazionale», ovvero gli investitori legati allo Stato che comprano o vendono azioni.

Un’ambivalenza che toglie al mercato azionario la disciplina che era stata invocata e che è necessaria per una realtà in cui le aspettative per l’intervento dello Stato si uniscono ai comportamenti dei piccoli risparmiatori, che vedono nell’interesse politico per il settore finanziario la garanzia per i propri investimenti: una contraddizione ancora più evidente se viene messa in relazione alle criticità dell’economia cinese.



Recentemente, Kenneth Rogoff ha riacceso la riflessione sul tema, descrivendo un’economia nella quale il dinamismo tecnologico e l’eccezionale competitività delle esportazioni convivono con la debolezza dei consumi e le lunghe conseguenze della crisi del settore immobiliare. In un contesto caratterizzato da una divaricazione strutturale, una crisi del finanziamento delle imprese innovative indotta dallo scoppio della bolla IA andrebbe a impattare sulla componente strategica della trasformazione produttiva in corso. I dati dell’Ufficio nazionale di statistica cinese rendono manifesta questa divaricazione, in cui la crescita del settore tecnologico ha una funzione trainante per un’economia nella quale i settori tradizionali – immobiliare in primis – continuano a rallentare.

Intelligenza artificiale (Foto: Pixabay)

Nei primi nove mesi del 2026, gli investimenti nello sviluppo immobiliare erano calati del 20,6%, mentre quelli nei settori ad alta tecnologia erano cresciuti del 4,9% e, tra questi ultimi, quelli nei servizi di informazione del 20,2%. Questa divaricazione è confermata anche dal sottoindice della produzione del PMI manifatturiero di ottobre, che torna a segnare una contrazione della produzione: un dato che, se confermato nei prossimi mesi, rappresenterebbe un segnale da prendere seriamente.

Lo scoppio della bolla legata all’IA impone al governo cinese di dover decidere quali sono i settori tecnologici da sostenere e quali ristrutturare o ritenere senza prospettive. Una scelta difficile perché, a livello territoriale, è connessa alle amministrazioni locali, che hanno finanziato imprese tecnologiche con la stessa logica speculativa con cui hanno finanziato il settore immobiliare, costruendo attività prima che ci fosse una domanda a sostenerle.

Sul piano internazionale, la scelta deve fare i conti con la dinamica della competizione con gli USA, che spinge Pechino a finanziare la corsa all’IA nonostante la crisi del settore. Il governo cinese non può permettersi di ridurre gli investimenti perché significherebbe perdere la competizione e aumentare il rischio di essere dipendente dalla tecnologia estera.

Una postura rischiosa, perché potrebbe implicare il sostegno a imprese che, nel breve periodo, non hanno una domanda sufficiente né prospettive di far fruttare i capitali investiti. Una condizione che rende USA e Cina molto più simili di quanto si pensi, poiché entrambi stanno costruendo capacità tecnologiche scommettendo su una domanda futura che possa ripagare gli investimenti fatti e, poiché i capitali a disposizione non sono sufficienti a sostenere l’espansione, cresce per le imprese dei due Paesi la necessità di ricorrere a finanziamenti esterni.

Questa espansione coinvolge una rete sempre più ampia di finanziatori. Negli Stati Uniti si alimenta di obbligazioni e credito privato, in Cina di prestiti bancari e raccolta azionaria. Il controllo pubblico del credito consente a Pechino di allungare le scadenze e di rinviare il riconoscimento delle perdite, che possono però gravare a lungo sui bilanci bancari e pubblici.

Le differenze istituzionali incidono sul momento in cui i costi emergono e su chi li sopporta, senza eliminare una vulnerabilità che i due Paesi condividono. Avendo affidato all’IA una parte delle proprie prospettive di crescita, Washington e Pechino rischiano che rendimenti inferiori alle attese indeboliscano il credito e gli investimenti produttivi. La competizione per il primato tecnologico finisce così per esporle entrambe alle conseguenze di una scommessa decisamente rischiosa.

 

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