#Finsubito news – Ricerca e imprese, perché l’Italia fatica a trattenere talenti


Coltivare i talenti è, a sua volta, un talento. Lo dimostra un dato di fatto che la politica industriale italiana fatica ancora a metabolizzare: non basta un regime fiscale più stabile e attrattivo per favorire i rientri dall’estero, per quanto necessario. Il vero nodo, a livello di sistema, riguarda tutta una serie di interventi strutturali per la creazione di imprese innovative: meno burocrazia, procedure di fallimento rapide e non stigmatizzanti e, soprattutto, incentivi strutturali per le assunzioni di ricercatori nelle imprese private. È quest’ultimo il punto su cui i grandi Paesi europei hanno costruito, da anni, infrastrutture pubbliche permanenti: ponti stabili tra laboratori e fabbriche, tra dottorati e capannoni industriali. La Francia lo ha fatto con la French Tech, la Germania con la rete degli istituti Fraunhofer, il Regno Unito con i Catapult Centres. L’Italia ha provato a colmare il ritardo con i Competence Center Industria 4.0 finanziati dal Pnrr, ma metterli a terra, e renderli permanenti, si è rivelato molto più difficile che progettarli.

Francia: da scienziati a imprenditori

La French Tech nasce nel 2013 per iniziativa del governo francese, non come un singolo centro ma come un marchio collettivo: un’etichetta assegnata a ecosistemi metropolitani di startup e un sistema di programmi (incubatori, visti per imprenditori stranieri, fondi pubblici di equity) coordinati dalla Mission French Tech, incardinata nel Ministero dell’Economia. Il presupposto politico era duplice: la Francia aveva talento tecnico, formato dalle sue grandes écoles, ma non un ecosistema capace di trattenerlo; e i ricercatori, una volta formati con denaro pubblico, raramente trovavano ragioni economiche per restare a fare impresa in patria.

Il piano Deep Tech del 2019, dotato di 2,5 miliardi di euro, è nato esplicitamente per correggere questo squilibrio: incentivi diretti perché scienziati e dottorandi si trasformassero in imprenditori, anziché emigrare verso ecosistemi più remunerativi. Negli anni il sistema si è materializzato anche in luoghi fisici come Station F, l’incubatore parigino più grande d’Europa, che oggi ospita oltre mille startup e oltre seicento investitori, con un portfolio che ha superato un miliardo di euro raccolti ogni anno dal 2021. I risultati sono difficili da contestare. La Francia conta oggi circa 34 unicorni tecnologici ed è la prima destinazione europea per gli investimenti in intelligenza artificiale, con realtà come Mistral AI valutata oltre 14 miliardi di dollari. Nel 2025 le startup francesi hanno raccolto 8,2 miliardi di euro, oltre quattro volte il dato italiano.

Il rovescio della medaglia riguarda la concentrazione geografica e la sostenibilità del modello: gran parte della crescita resta attorno a Parigi, e diversi osservatori segnalano che il sistema ha funzionato soprattutto come narrazione e marketing-Paese, più che come infrastruttura industriale profonda, a differenza della Germania, la Francia non ha costruito una rete di centri di ricerca applicata comparabile al Fraunhofer.

© Getty Images

Germania: la ricerca che si paga da sola

Se la French Tech è soprattutto un ecosistema di startup, il modello Fraunhofer nasce con un obiettivo diverso e per certi versi più radicale: incardinare strutturalmente i ricercatori dentro il circuito dell’industria, anziché lasciarli isolati nelle università o spingerli verso un’emigrazione scientifica permanente. La Fraunhofer-Gesellschaft, fondata nel Dopoguerra e intitolata al fisico bavarese Joseph von Fraunhofer, opera oggi attraverso più di 75 istituti sul territorio tedesco, con circa 32 mila ricercatori e ingegneri – quasi tutti assunti con contratti stabili, non con borse precarie – e un budget annuo che supera i 3 miliardi di euro.

Il cuore politico del modello è il meccanismo di finanziamento, deliberatamente costruito per premiare l’utilità pratica della ricerca e, di fatto, per sussidiare in modo permanente il costo di tenere ricercatori dentro l’orbita delle imprese: circa un terzo del bilancio arriva da fondi pubblici di base (Stato federale e Länder), un terzo da contratti di ricerca commissionati direttamente dalle imprese, un terzo da bandi competitivi nazionali ed europei. La regola non scritta è semplice e spietata: se un istituto non riesce ad attrarre commesse private, lo Stato riduce proporzionalmente il proprio contributo. È, in sostanza, un incentivo strutturale rovesciato: non un bonus fiscale puntuale, ma un’infrastruttura permanente che rende economicamente sensato per un’azienda assumere o commissionare ricerca a uno scienziato, anziché lasciarlo emigrare.

I risultati economici sono stati oggetto di stime indipendenti: secondo alcune analisi citate dalla stampa economica tedesca, ogni euro di finanziamento pubblico di base genera un effetto moltiplicatore stimato fino a 18 volte in termini di valore aggiunto, occupazione qualificata e ricadute fiscali. Tra le innovazioni più note nate negli istituti Fraunhofer c’è lo standard di compressione audio Mp3, oggi citato come caso di scuola sul trasferimento tecnologico riuscito. Una filiale italiana del sistema, Fraunhofer Italia, opera dal 2009 a Bolzano, su iniziativa della Provincia Autonoma e delle imprese altoatesine, dimostrando che il modello può essere esportato anche in contesti regionali più piccoli.

I limiti del modello tedesco sono altrettanto istruttivi. La dipendenza dalle commesse industriali rischia di orientare la ricerca verso problemi a breve termine, lasciando meno spazio alla ricerca esplorativa e di frontiera, un compito che in Germania viene infatti affidato a un’istituzione separata, la Società Max Planck, dedicata alla ricerca di base. Inoltre, il sistema funziona perché si appoggia su un tessuto di media e grande industria manifatturiera capace di commissionare ricerca a pagamento: un prerequisito che altri Paesi, inclusa l’Italia con la sua prevalenza di micro e piccole imprese, non possono replicare automaticamente.

Regno Unito e gli altri modelli

Nel 2011 il governo britannico ha lanciato i Catapult Centres, costruiti studiando esplicitamente le pratiche del Fraunhofer tedesco e dei centri Tno olandesi. Gestiti dall’agenzia pubblica Innovate Uk, sono oggi nove poli specializzati – dalla manifattura avanzata alle terapie cellulari, dai semiconduttori ai sistemi energetici — distribuiti in oltre 60 sedi. L’investimento iniziale, circa 200 milioni di sterline tra il 2011 e il 2015, doveva innescare un cofinanziamento privato crescente, sul presupposto che lo Stato dovesse assorbire il rischio nelle fasi più critiche dell’innovazione, dove le piccole imprese da sole non hanno né capitale né strumenti. Il bilancio britannico mostra risultati concreti sulla produttività locale, ma anche un limite ricorrente: la frammentazione tra nove centri con governance distinte ha reso più difficile, rispetto al modello tedesco unificato, garantire continuità di strategia tra un governo e l’altro.

Altri Paesi hanno seguito strade analoghe: i centri Tno nei Paesi Bassi, l’istituto finlandese Vtt e il network Imec in Belgio condividono la stessa logica – ricerca pre-competitiva finanziata in parte dallo Stato e in parte dall’industria – adattata a economie più piccole ma specializzate. Il filo comune a tutte queste esperienze, francese compresa, è la scelta politica di trattare il legame tra ricerca e impresa come infrastruttura permanente, non come un progetto a termine legato a un singolo ciclo di finanziamento.

Italia: la corsa contro l’uscita dal Pnrr

L’Italia ha tentato di costruire la sua versione del modello a partire dal 2017, con il Piano Nazionale Industria 4.0. Sono nati così otto Competence Center ad alta specializzazione – tra cui MADE 4.0 a Milano, Bi-Rex a Bologna, Cim 4.0 a Torino, Artes 4.0 a Pisa, Smact nel Triveneto, Cyber 4.0 a Roma, Start 4.0 a Genova e Meditech tra Napoli e Bari – partenariati pubblico-privati tra università, centri di ricerca e aziende, pensati per offrire alle piccole e medie imprese orientamento, formazione e progetti di trasferimento tecnologico sulle tecnologie abilitanti.

Dopo un avvio lento e un primo finanziamento modesto, il Pnrr ha rappresentato per questi centri un’iniezione di risorse senza precedenti: 113,4 milioni di euro di rifinanziamento più ulteriori fondi per cofinanziare progetti delle imprese. I dati più recenti raccontano una maturazione reale. MADE 4.0 ha chiuso il 2025 con circa 200 progetti di innovazione realizzati, oltre duemila professionisti formati e una rete salita a 60 partner. Smact, il centro del Nord-Est, ha registrato un valore della produzione di 16,5 milioni di euro nel 2025, in crescita del 55% sull’anno precedente, con le imprese assistite passate da 49 nel 2023 a 276 nel 2025. Il nodo critico, però, è temporale e politico insieme: il Pnrr si avvia alla conclusione, e con esso la fonte di finanziamento che ha permesso a questi centri di raggiungere la maturità operativa.

Made Industria 4.0: non c’è tempo da perdere

Pochi mesi fa, alla Camera dei deputati, è stata annunciata un’indagine conoscitiva parlamentare proprio per affrontare il tema del rafforzamento dei Competence Center nella fase di uscita dal Pnrr, segno che la questione è ormai percepita anche a livello istituzionale come un rischio concreto di discontinuità. A differenza del modello Fraunhofer, i Competence Center italiani restano vincolati a una logica di progetto finanziato piuttosto che a un meccanismo di autofinanziamento strutturale legato ai contratti con l’industria, anche se realtà come Smact e MADE mostrano segnali di una transizione in questa direzione, con ricavi da servizi e contratti commerciali in crescita.

Ma il limite più profondo riguarda ciò che sta a monte: in Italia manca ancora un incentivo strutturale e stabile (non un bonus temporaneo legato a un bando) per chi assume un ricercatore in azienda, mentre permangono una burocrazia autorizzativa lenta e una cultura del fallimento imprenditoriale che continua a essere percepita come uno stigma personale, più che come un passaggio naturale del rischio d’impresa. È la somma di questi tre fattori più che la sola disponibilità di centri tecnologici, a determinare se un ricercatore scelga di restare, fondare un’impresa o emigrare verso un sistema che lo remunera e lo protegge meglio. A questo si aggiunge la frammentazione tra Competence Center, Digital Innovation Hub, incubatori regionali, Fraunhofer Italia a Bolzano e i centri del Cnr e dell’Enea: un ecosistema più affollato di sigle che di coordinamento sistemico, dove – come segnalano da anni gli analisti del lavoro – il rischio principale non è la mancanza di infrastrutture, ma la loro scarsa capacità di tradursi in nuove competenze diffuse e in occupazione qualificata stabile, soprattutto nelle aree del Paese meno industrializzate.

Il confronto europeo restituisce, quindi, un’indicazione di metodo più che un modello unico da copiare: la Francia insegna il valore di incentivi diretti e di una narrazione pubblica capace di trattenere ricercatori e attrarre capitali, la Germania quello di un meccanismo di finanziamento permanente che rende stabilmente conveniente per le imprese assumere chi fa ricerca, il Regno Unito la necessità di assorbire pubblicamente il rischio nelle fasi più fragili dell’innovazione. Nessuno di questi sistemi ha funzionato grazie a un singolo incentivo fiscale temporaneo: hanno funzionato perché lo Stato ha scelto di trattare il legame tra ricerca e impresa come un’infrastruttura permanente, al pari di una strada o di una rete elettrica.

Per l’Italia questo significa due cose insieme. Da un lato, trasformare gli otto Competence Center da infrastrutture sostenute da fondi emergenziali a presidi permanenti di politica industriale, con un meccanismo di finanziamento misto e duraturo. Dall’altro – e forse è il passaggio più urgente – costruire finalmente quell’incentivo strutturale all’assunzione di ricercatori nelle imprese private che ancora manca, accompagnato da una vera semplificazione delle procedure di impresa e da un cambiamento culturale sul fallimento imprenditoriale. Senza questi tre pilastri, qualsiasi centro di trasferimento tecnologico, per quanto ben progettato, rischia di restare un ponte che porta i talenti fino alla soglia dell’impresa, e poi li lascia lì, a un passo dal tornare a fare le valigie.



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