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Quando alcuni giornalisti gli hanno chiesto un parere sulla riduzione del personale scolastico stabilita dalla legge di bilancio, Matteo Salvini ha risposto piccato: «Io non ne sapevo niente, e sono segretario del partito». La dichiarazione ha suscitato un certo stupore e facili prese in giro da parte delle opposizioni, dopo che c’erano state molte polemiche per questa decisione del governo.
Salvini è un illustre membro del Consiglio dei ministri che ha approvato il disegno di legge di bilancio lo scorso 28 ottobre, ma è anche leader della Lega, il partito a cui appartiene il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, cioè il principale responsabile del provvedimento. È anche il partito del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, quindi quello competente sulla questione, che è stato messo in difficoltà dalle critiche al punto che mercoledì alla Camera ne ha sostanzialmente preso le distanze, pur con molte cautele: «Intendiamo lavorare affinché durante l’iter parlamentare della legge di bilancio la misura del taglio possa essere eliminata», ha detto.
Il disegno di legge di bilancio deve essere approvato entro fine anno dal parlamento, che nel frattempo può modificarlo. Non è detto comunque che succederà per questa misura, che il governo ha approvato in modo consapevole per ragioni difficilmente superabili.
Dal punto di vista politico, lo stupore di Salvini e Valditara ha a che fare con la solita storia. Giorgetti da ormai quattro anni segue una linea di politica economica estremamente austera e rigorosa, chiedendo spesso tagli e sacrifici agli altri ministeri per tenere in ordine i conti. La Lega fa fatica a intestarsi queste posizioni, visto il suo orientamento storico di politica economica improntato alla critica radicale della disciplina di bilancio.
Ma c’è anche un fatto più banale: quando si approva la legge di bilancio, un provvedimento corposo e delicato, i ministri non ne conoscono che pochi dettagli, quelli riconducibili alle questioni da loro seguite più direttamente. È normale che nei giorni seguenti, quando il contenuto delle varie misure viene pian piano tirato fuori dai giornali, nascano polemiche e fraintendimenti.
L’imbarazzo di Salvini e Valditara però è indicativo anche del fatto che una parte del governo di destra vive con sofferenza le dure critiche per la decisione di ridurre l’organico delle scuole, arrivate dagli ambienti scolastici e dai sindacati, oltre che dalle opposizioni.
Il disegno di legge di bilancio prevede, a partire dall’anno scolastico 2027/2028, una riduzione di 4.925 posti per i docenti, e di 2.049 posti per il personale ATA, cioè i funzionari tecnici e amministrativi e i bidelli. È la seconda riduzione consistente nel giro di due anni: già la legge di bilancio del 2025 aveva tolto 5.660 posti per i docenti e 2.174 per il personale ATA. Sono in tutto 14.808 dipendenti pubblici in meno. Non sono licenziamenti ma nuove assunzioni mancate: man mano che docenti e collaboratori scolastici andranno in pensione, non verranno sostituiti con nuovi dipendenti.
La decisione risponde a due esigenze, dal punto di vista del governo. Anzitutto, quella di ridurre la spesa pubblica in un momento di ristrettezza economica e di necessità di contenere l’indebitamento. E infatti la scuola non è l’unica istituzione soggetta a riduzioni. I ministeri dovranno ridurre nel complesso le loro spese di almeno 130 milioni di euro già nel 2027, seguendo un percorso avviato negli scorsi anni.
L’università dovrà fare a meno di 33 milioni di euro; altri enti pubblici e di ricerca di 6,9 milioni; le autorità indipendenti (cioè i vari garanti e non solo) di 1,8 milioni. Le istituzioni di formazione artistica e musicale dovranno ridurre la spesa di 3,9 milioni a partire dal 2028. La scuola, però, spicca certamente in questo elenco: 84 milioni di riduzioni nel 2027, che diventeranno 251,7 nel 2028. È insomma il settore che subisce maggiormente gli effetti di questa politica di ristrettezza.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, a sinistra, e quello dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, entrambi della Lega, nell’aula della Camera (Roberto Monaldo/LaPresse)
E poi la scelta del governo ha a che fare con l’andamento demografico. In Italia il ritmo delle nascite si riduce progressivamente da decenni, e in modo notevole dal 2010 in avanti, e quindi ci sono sempre meno bambini che vanno a scuola. Si creano meno classi e meno numerose, e dunque, secondo questo ragionamento, c’è meno necessità di nuovi insegnanti e nuovi bidelli.
A metà ottobre l’Osservatorio Conti pubblici italiani, autorevole centro di ricerca dell’Università Cattolica di Milano, ha pubblicato quello che è forse lo studio più aggiornato sull’argomento, basato su dati dell’ISTAT, l’istituto nazionale di statistica, e dell’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo economico, che si occupa di studi e analisi su economia e società dei paesi più industrializzati.
Fin qui la riduzione degli studenti non è stata accompagnata da un’equivalente riduzione del personale scolastico: c’è stato anzi un andamento opposto. Tra il 2015 e il 2024 nelle scuole statali gli iscritti sono diminuiti del 10 per cento, passando da 7,7 a 6,9 milioni, mentre gli insegnanti sono aumentati del 16 per cento, da 834mila a 969mila. Questo aumento ha riguardato essenzialmente insegnanti di sostegno e insegnanti precari, cioè supplenti con contratti a tempo, quasi sempre non superiore a un anno.
In questo modo, nel giro di un decennio il rapporto tra studenti e insegnanti è sceso, almeno per la didattica ordinaria: da una media che si aggirava tra i 10 e i 12 studenti per insegnante, a una media leggermente inferiore ai 10 studenti per insegnante. L’Italia è uno dei paesi dell’Unione Europea e dell’OCSE col rapporto più basso tra studenti e insegnanti, specie per la scuola dell’infanzia; alle scuole medie e soprattutto alle superiori l’Italia è su numeri più vicini a quelli delle medie europee.
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Se queste erano le ragioni del governo per giustificare una riduzione del personale, le critiche erano prevedibili. Prima di tutto quelle sindacali: nessuna categoria accetta di buon grado una riduzione dei posti di lavoro, a prescindere dai motivi.
Hanno contestato la decisione tutti i sindacati, sia quelli di categoria sia quelli generalisti e perfino l’UGL, il sindacato di destra vicino alla Lega, quindi al partito del ministro dell’Istruzione. La scelta è contestata dalle associazioni studentesche, ma allo stesso modo anche l’associazione nazionale dei presidi ha preso posizione: «Il taglio dell’organico dell’autonomia depotenzia l’autonomia stessa e rende più difficile assicurare la vigilanza e la sicurezza». Nei prossimi giorni, con ogni probabilità, verrà indetta una mobilitazione nazionale con una partecipazione ampia e trasversale.
La tesi, riproposta in modo più o meno unanime da tutte le associazioni che protestano, è che avere a disposizione un numero maggiore di insegnanti in rapporto agli studenti non andrebbe visto solo come una spesa eccessiva, ma come un’occasione per ripensare la didattica, proponendo attività alternative a quelle della tradizionale lezione frontale, con metodi innovativi, con una più assidua organizzazione di gruppi di lavoro, laboratori, seminari, e con un’attenzione maggiore alle materie che non hanno spazio nei programmi canonici.
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