C’è un dato che racconta meglio di tante dichiarazioni come sia cambiata la posizione dell’Italia sui mercati finanziari negli ultimi quattro anni. Mentre le principali economie occidentali hanno visto aumentare i rendimenti dei propri titoli di Stato decennali, l’Italia è l’unico Paese, tra i dodici presi in esame, a registrare una diminuzione rispetto alla fine del 2022.
A fotografare questa situazione è un’elaborazione attribuita alla Fondazione Edison, realizzata su dati World Government Bonds, che confronta i rendimenti dei titoli pubblici decennali al 31 dicembre 2022 e al 3 novembre 2026.
Il risultato è significativo: il rendimento italiano passa dal 4,7 al 4,5 per cento, mentre quello tedesco sale dal 2,6 al 3,3 per cento, quello francese dal 3,1 al 4,9 per cento e quello britannico dal 3,7 al 5,2 per cento.
Un andamento che, nel periodo considerato, distingue l’Italia dalle altre undici economie del confronto. Ed è proprio questa differenza a meritare attenzione, soprattutto alla luce delle preoccupazioni che accompagnavano i conti pubblici italiani alla fine del 2022, quando il Governo Meloni si era insediato da poche settimane.
Il dato più significativo: lo spread quasi dimezzato
Per comprendere la portata del cambiamento bisogna guardare soprattutto allo spread, il differenziale tra i rendimenti dei Btp italiani e quelli dei Bund tedeschi, utilizzato come riferimento per valutare il premio richiesto dagli investitori sui titoli del nostro Paese rispetto a quelli della Germania.
Il 30 dicembre 2022, secondo le “rilevazioni dell’ANSA” (https://www.ansa.it/sito/
Il 3 novembre 2026 il differenziale è sceso a 113,2 punti base, secondo una nuova “rilevazione dell’agenzia” (https://www.ansa.it/sito/
Una riduzione di quasi cento punti base, pari a circa il 47 per cento del valore iniziale.
Il miglioramento è proseguito anche il 4 novembre: alle 18.08 l’ANSA ha rilevato uno spread di appena 104,2 punti, con il rendimento del Btp decennale sceso al 4,31 per cento.
Significa che la distanza tra il costo di finanziamento italiano e quello tedesco si è ridotta sensibilmente. Un elemento rilevante per un Paese che deve confrontarsi con un debito pubblico elevato e con la necessità di rifinanziarlo costantemente.
Il confronto con la Francia racconta un cambiamento ancora più evidente
C’è poi un altro dato che merita attenzione: quello francese.
Alla fine del 2022 il rendimento dei titoli decennali italiani era superiore a quello dei titoli francesi di circa 1,6 punti percentuali. Il 3 novembre 2026 la situazione risultava capovolta.
Secondo l’ANSA, il titolo decennale francese rendeva il 4,94 per cento, contro il 4,46 per cento di quello italiano.
In altre parole, gli investitori chiedevano un rendimento maggiore per prestare denaro alla Francia rispetto all’Italia, prendendo come riferimento questi titoli e questa specifica scadenza.
Non si tratta di un dettaglio. Per anni il debito italiano è stato osservato sui mercati come una delle principali fonti di vulnerabilità dell’Eurozona. Il confronto odierno con Parigi mostra quanto siano cambiati i rapporti tra i rendimenti sovrani delle due economie.
Naturalmente, ciò non significa che l’Italia abbia risolto tutti i problemi strutturali del proprio debito, né che il rendimento di un singolo titolo possa riassumere la salute complessiva di un’economia. Significa, però, che il mercato obbligazionario registra una situazione relativa diversa da quella di quattro anni fa.
Credibilità finanziaria e stabilità politica: quale ruolo per il Governo Meloni?
La stabilità politica, la prevedibilità delle scelte di bilancio e le prospettive di sostenibilità del debito sono fattori che possono influire sulle valutazioni degli investitori internazionali.
Sotto questo profilo, il periodo del Governo Meloni coincide con un ridimensionamento del premio di rendimento richiesto sui titoli italiani rispetto a quelli tedeschi.
Non sarebbe corretto attribuire automaticamente tutta questa variazione all’azione dell’esecutivo. I rendimenti dipendono anche dalle decisioni della Banca centrale europea, dall’inflazione, dall’andamento economico e dalle condizioni finanziarie internazionali.
Tuttavia, il confronto consente di formulare una considerazione precisa: mentre le condizioni di finanziamento si sono fatte più onerose, rispetto alla fine del 2022, per molti degli Stati considerati, l’Italia ha registrato un andamento relativamente più favorevole.
È questo il dato sul quale valutare anche il contributo delle politiche economiche adottate negli ultimi quattro anni, senza confondere la coincidenza temporale con una dimostrazione automatica di causalità.
Perché questi numeri contano per le casse dello Stato
La questione è tutt’altro che astratta.
Quando il Tesoro colloca nuovi titoli pubblici, i rendimenti richiesti dagli investitori contribuiscono a determinare il costo al quale lo Stato si finanzia. A parità delle altre condizioni, rendimenti inferiori significano minori interessi sulle nuove emissioni rispetto a uno scenario con tassi più elevati.
Per un Paese come l’Italia, anche differenze relativamente contenute possono assumere importanza quando vengono applicate a grandi volumi di debito da rifinanziare.
Bisogna però distinguere tra il rendimento dei nuovi titoli e la spesa complessiva per interessi.
Quest’ultima dipende anche dal debito accumulato negli anni precedenti, dalle scadenze e dai tassi ai quali sono stati emessi i titoli ancora in circolazione.
Il “Documento programmatico di finanza pubblica 2026” (https://documenti.camera.it/
Dunque, non si può parlare di un risparmio complessivo già realizzato sui conti dello Stato. Si può invece osservare che un differenziale di rendimento più contenuto rappresenta una condizione favorevole rispetto a quella che si avrebbe con uno spread più elevato.
E per il benessere degli italiani?
La sostenibilità dei conti pubblici non riguarda soltanto gli investitori istituzionali o gli operatori finanziari. Riguarda anche le possibilità di intervento dello Stato e, indirettamente, la vita quotidiana dei cittadini.
Quando il finanziamento del debito diventa meno oneroso rispetto a uno scenario alternativo, nel tempo possono crearsi margini maggiori per destinare risorse ad altre priorità: servizi pubblici, infrastrutture, investimenti e politiche a sostegno delle famiglie e delle imprese.
Non esiste, però, un automatismo tra la diminuzione dello spread e l’aumento del potere d’acquisto. Per misurare quest’ultimo occorre considerare salari reali, inflazione, occupazione, pressione fiscale e redditi disponibili.
Il vantaggio di condizioni finanziarie relativamente più favorevoli è quindi una componente del quadro economico, non una misura diretta del benessere delle famiglie.
Un’Italia diversa da quella di fine 2022
Il confronto internazionale restituisce una fotografia precisa.
Tra la fine del 2022 e il 3 novembre 2026, il rendimento decennale italiano diminuisce di circa 0,2 punti percentuali. Nello stesso periodo quello tedesco aumenta di 0,7 punti, quello americano di 1,1, quello britannico di 1,5 e quello francese di 1,8.
A questi numeri si aggiunge il restringimento dello spread rispetto alla Germania, ulteriormente accentuatosi nella giornata del 4 novembre.
Sono risultati che non esauriscono il giudizio sull’economia italiana, ma che contribuiscono a descrivere un cambiamento importante nel modo in cui il debito pubblico del nostro Paese viene prezzato rispetto a quello delle altre economie.
La fotografia dei mercati è chiara: dopo quattro anni di Governo Meloni, l’Italia presenta un premio di rendimento rispetto alla Germania molto più contenuto di quello registrato alla fine del 2022.
Un dato misurabile, che merita di entrare nel bilancio economico di questa legislatura. E che mostra come, almeno sul terreno della valutazione relativa del debito sovrano, la posizione italiana sia cambiata sensibilmente.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link





