A settembre i prezzi alla produzione industriale dell’Eurozona sono aumentati del 2,5 rispetto ad agosto e del 11,1% su base annua, secondo la prima stima di Eurostat. Le attese del mercato erano per un +2,5% mensile e un +10,9% annuo. Il confronto con agosto rende l’idea della velocità del fenomeno. Un mese fa l’istituto di statistica europeo aveva registrato un +1,9% congiunturale e un +8,2% tendenziale, a sua volta in netta accelerazione dal +5,8% di luglio.
In questo articolo:
- Produzione industriale: il motore è (quasi) tutto energetico
- Primo canale: le bollette, dove il conto è già arrivato
- Secondo canale: cibo e beni di consumo, la parte che deve ancora arrivare
- Quando arriverà il conto: il calendario del 2027
- Produzione industriale, le conseguenze: potere d’acquisto, consumi, tassi
Produzione industriale: il motore è (quasi) tutto energetico
Che dietro la corsa ci sia l’energia lo dicono già i dati di agosto. In quel mese, nell’area euro, i prezzi dell’energia alla produzione erano saliti del 5,6% in un solo mese, mentre l’intera industria al netto dell’energia segnava un +3,4% annuo: un rincaro molto più contenuto, ma non trascurabile. Lo sfondo è quello del conflitto in Medio Oriente e delle tensioni sullo Stretto di Hormuz: secondo l’Ufficio Studi Confcommercio, a settembre il gas sul mercato europeo Ttf era in rialzo del 161,2% su base annua e il petrolio del 62,6%.
L’Italia anticipa e amplifica la tendenza. Il 28 ottobre l’Istat ha certificato che a settembre i prezzi alla produzione dell’industria italiana sono cresciuti del 2,9% sul mese e del 13,8% sull’anno, con il mercato interno a +17,4%. Al netto dell’energia, però, l’aumento tendenziale si ferma al 3,5%. Il caso limite è quello di coke e prodotti petroliferi raffinati, i cui prezzi sul mercato interno sono saliti del 91,1% in un anno.
Primo canale: le bollette, dove il conto è già arrivato
Il trasferimento dei rincari alle famiglie avviene su due binari, a velocità molto diverse. Il primo è diretto e quasi immediato: luce, gas e carburanti. E qui l’impatto si vede già. A ottobre l’inflazione italiana è salita al 5,4%, il livello più alto da agosto 2023, con i beni energetici passati da +22,6% a +31,4%.
Ancora più netto il balzo dei beni energetici regolamentati, saliti al 59,5% dal 25,8% di settembre anche per gli aumenti deliberati da Arera. Su scala europea, secondo la stima flash di Eurostat di ieri, l’inflazione dell’Eurozona è salita al 4% e l’Italia, al 5,6% sull’indice armonizzato, è tra i Paesi con l’accelerazione più forte. L’energia corre al 20,8%, mentre l’inflazione di fondo resta ferma al 2,5%.
Secondo canale: cibo e beni di consumo, la parte che deve ancora arrivare
È il secondo binario quello che preoccupa di più, perché è lento e tende a durare. L’energia entra nei costi di trasformazione, imballaggio, refrigerazione e trasporto, e da lì arriva sugli scaffali con mesi di ritardo, filtrata dai contratti di fornitura e dalle rinegoziazioni dei listini. Per ora la filiera alimentare sta facendo da argine.
A Il Giornale, Paolo Mascarino, presidente di Federalimentare, ha ricordato che i prezzi alla produzione dell’industria alimentare sono in calo da inizio anno, fino al -1,4% di settembre. Ma ha avvertito che è uno sforzo che il settore non sa ancora “quanto saremo in grado di regger”» senza misure europee sui costi energetici. Gli alimentari lavorati, del resto, hanno già ridotto la flessione: da -0,6% a -0,2% annuo, con un +0,5% congiunturale a ottobre.
Sulla stessa linea la distribuzione. Federdistribuzione sostiene che le catene associate hanno assorbito i maggiori costi senza scaricarli subito sui prezzi finali, anche dopo le perdite causate dal blocco dell’autotrasporto al Sud, e chiede alla Legge di Bilancio di privilegiare il sostegno al potere d’acquisto. Il “carrello della spesa” però è già salito al 2,5% dall’1,5% di settembre. Già a maggio il presidente Carlo Alberto Buttarelli aveva avvertito che il retail moderno resta esposto perché energivoro, tra trasporti, catena del freddo e gestione dei negozi.
Quando arriverà il conto: il calendario del 2027
Sui tempi, le stime convergono. La Bce, in un’analisi del 20 ottobre, ha rilevato che diversi indicatori a monte segnalano un ritorno delle pressioni lungo la filiera alimentare e prevede che l’inflazione alimentare dell’Eurozona salga fino a un picco del 3,4% nel terzo trimestre del 2027.
Confcommercio, nella Congiuntura di ottobre, colloca il rientro dei prezzi solo nella tarda primavera del 2027 e, con il Brent tra 100 e 110 dollari, vede in arrivo sia il 5% di inflazione sia il superamento del 2% per la componente core (con il 5,4% di ottobre la prima soglia è già stata superata).
Il Centro Studi Confindustria a luglio aveva definito l’inflazione un fenomeno strutturalmente “vischioso”, che richiede tempo per riassorbirsi anche se le tensioni energetiche si attenuano. Nel rapporto di ottobre, il caro energia è indicato come la vulnerabilità che potrebbe azzerare la crescita prevista per il 2027.
Produzione industriale, le conseguenze: potere d’acquisto, consumi, tassi
Per le famiglie il conto è già salato. Codacons e Federconsumatori stimano che un’inflazione al 5,4% valga circa 1.800 euro annui in più per la famiglia tipo, oltre 2.300 per un nucleo con due figli, a consumi invariati. Nello scenario più severo di Confcommercio, le spese obbligate arriverebbero a pesare per il 42,9% dei consumi, una quota mai raggiunta in Italia, comprimendo tutto il resto.
Poi c’è la politica monetaria. Il 29 ottobre la Bce ha lasciato fermo il tasso sui depositi al 2,5%, dopo due rialzi nel 2026, ma ha sottolineato che i rincari dell’energia comportano rischi al rialzo per l’inflazione e al ribasso per la crescita. La prossima riunione è il 17 dicembre e parte del mercato si aspetta un nuovo rialzo.
Per Francoforte il termometro decisivo sono proprio gli effetti di secondo round, cioè il passaggio dei rincari dalle bollette al resto del paniere. Un dato dei prezzi alla produzione come quello di oggi dice che quella pressione è ancora tutta in arrivo. Per chi ha un mutuo a tasso variabile vuol dire rate più alte. Per famiglie e imprese, un’economia che rischia di rallentare proprio mentre i prezzi salgono.
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