La misura consente a disoccupati, caregiver, invalidi almeno al 74% e addetti a lavori gravosi di lasciare il lavoro da 63 anni e 5 mesi. Servono da 30 a 36 anni di contributi.
Il calendario dell’Ape sociale 2026 entra nell’ultima fase. Dopo le finestre del 31 marzo e del 15 luglio, chi ritiene di possedere i requisiti deve presentare all’Inps la domanda di riconoscimento delle condizioni entro il 30 novembre 2026. È l’ultimo termine dell’anno e riguarda anche chi completerà i requisiti entro il 31 dicembre.
La scadenza, però, non va confusa con una generica domanda di pensionamento. Il procedimento può richiedere due istanze distinte: la prima serve a ottenere dall’Inps la certificazione del diritto; la seconda consente di accedere materialmente all’indennità. Chi possiede già tutti i requisiti, compresa la cessazione dell’attività lavorativa, può presentarle contestualmente per evitare di perdere mensilità.
L’Ape sociale è stata prorogata dalla legge di Bilancio fino al 31 dicembre 2026, senza modificare l’età minima: occorre aver compiuto 63 anni e 5 mesi. Non è una pensione anticipata in senso proprio e non è neppure un prestito da restituire. È un’indennità a carico dello Stato, erogata dall’Inps come ponte verso la pensione di vecchiaia o verso un trattamento pensionistico diretto anticipato.
La platea rimane circoscritta a quattro gruppi. Possono accedere i lavoratori disoccupati dopo un licenziamento, anche collettivo, dimissioni per giusta causa, risoluzione consensuale ammessa dalla legge o scadenza di un contratto a termine. Per quest’ultimo caso sono necessari almeno 18 mesi di lavoro dipendente nei 36 mesi precedenti la cessazione. Il richiedente deve inoltre avere terminato integralmente l’indennità di disoccupazione spettante.
Rientrano nella misura anche i caregiver che, al momento della domanda, assistono da almeno sei mesi il coniuge o un parente di primo grado convivente con handicap grave. L’accesso può essere riconosciuto anche a chi assiste un parente o affine convivente di secondo grado, ma soltanto quando i genitori o il coniuge della persona disabile abbiano almeno 70 anni, siano affetti da patologie invalidanti oppure siano deceduti o mancanti.
La terza categoria comprende le persone alle quali le commissioni competenti abbiano riconosciuto una riduzione della capacità lavorativa pari almeno al 74%. La percentuale deve risultare dal verbale di invalidità civile: la sola presenza di una malattia o di una certificazione sanitaria non sostituisce il riconoscimento formale.
Per disoccupati, caregiver e invalidi occorrono almeno 30 anni di contributi. Alle lavoratrici il requisito viene ridotto di dodici mesi per ogni figlio, fino a un massimo di due anni. Una donna con due o più figli potrebbe quindi accedere, se appartenente a una di queste categorie, con almeno 28 anni di anzianità contributiva.
Regole diverse valgono per gli addetti alle attività gravose. In via ordinaria servono 36 anni di contributi e lo svolgimento della professione tutelata per almeno sette anni negli ultimi dieci oppure per almeno sei anni negli ultimi sette. L’elenco comprende, tra gli altri, maestri della scuola primaria e dell’infanzia, tecnici della salute, operatori sanitari e sociali, magazzinieri e numerose figure operaie e artigiane. Per operai edili, ceramisti e alcuni conduttori di impianti per la ceramica il requisito contributivo scende a 32 anni. La verifica deve essere condotta sulla mansione effettivamente esercitata e sul relativo codice professionale, non sulla sola denominazione corrente del lavoro.
L’indennità corrisponde alla pensione maturata al momento dell’accesso se questa è inferiore a 1.500 euro mensili. Quando il calcolo pensionistico restituisce una somma superiore, l’Ape viene comunque fermata a 1.500 euro lordi al mese. È pagata per dodici mensilità, senza tredicesima, non viene rivalutata e non può essere integrata al trattamento minimo.
Durante il periodo coperto dall’Ape sociale non vengono accreditati contributi figurativi. L’indennità non è reversibile ai superstiti e termina quando il beneficiario raggiunge l’età per la pensione di vecchiaia oppure consegue prima un’altra pensione diretta. Questi limiti spiegano perché il confronto con l’assegno pensionistico futuro debba essere fatto prima di lasciare il lavoro.
Per ottenere la prestazione è richiesta la cessazione dell’attività dipendente, autonoma o parasubordinata, svolta in Italia o all’estero. L’Ape è inoltre incompatibile con i trattamenti di sostegno al reddito collegati alla disoccupazione involontaria e con l’indennizzo per la cessazione dell’attività commerciale.
Dal 2024 la compatibilità con il lavoro è stata fortemente limitata. È ammesso soltanto il lavoro autonomo occasionale entro 5.000 euro lordi l’anno. Un rapporto di lavoro dipendente o autonomo, oppure il superamento della soglia consentita, determina la decadenza dal beneficio e può comportare il recupero delle somme già versate nell’anno.
L’Ape sociale è molto diversa dalla pensione anticipata ordinaria. Quest’ultima, nel 2026, richiede in generale 41 anni e 10 mesi di contributi alle donne e 42 anni e 10 mesi agli uomini, senza un’età minima; dà accesso a una pensione vera e propria, calcolata sull’intera posizione assicurativa. L’Ape richiede molti meno contributi, ma è riservata alle categorie protette, non supera 1.500 euro mensili e accompagna soltanto fino alla pensione.
La domanda può essere trasmessa attraverso il servizio online dell’Inps utilizzando Spid, Carta d’identità elettronica o Carta nazionale dei servizi. In alternativa ci si può rivolgere a un patronato o al Contact Center dell’Istituto. Prima dell’invio è opportuno controllare l’estratto contributivo, il verbale d’invalidità o la documentazione relativa all’assistenza familiare e, per le mansioni gravose, le attestazioni del datore di lavoro.
Il 30 novembre è il termine finale per chiedere nel 2026 il riconoscimento delle condizioni. Le istanze presentate nell’ultima finestra vengono accolte nei limiti delle risorse finanziarie rimaste disponibili dopo il monitoraggio delle domande precedenti. Arrivare all’ultimo giorno con una posizione contributiva incompleta o con documenti incoerenti può quindi rallentare una procedura dalla quale dipende anche la decorrenza economica dell’indennità.
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