VOCI DEL PASSATO, DOMANDE DI OGGI. Conversazioni immaginarie per il tempo lungo di Siena
Nel quarto dialogo impossibile – dopo Pia dè Tolomei, Sallustio Bandini, San Bernardino – Adriano Olivetti, ci parla di innovazione, lavoro, cultura e architettura: una riflessione per immaginare un nuovo sviluppo del territorio senese sul modello olivettiano.
I. L’incipit del presente
La crisi dei modelli produttivi tradizionali e la progressiva frammentazione del tessuto sociale ed economico pongono Siena di fronte a un bivio concettuale: rassegnarsi a un’economia di mera sussistenza e rendita o reinventare un modello d’impresa che ricolleghi la tecnologia, il lavoro e la cultura al territorio. Negli ultimi decenni, l’idea che l’innovazione industriale possa prescindere dalla responsabilità sociale ha inaridito i centri di produzione locale, isolando le competenze e trasformando le persone in meri fattori di costo.
Adriano Olivetti non rappresenta soltanto un capitolo glorioso dell’industria italiana del Novecento, ma incarna l’architettura etica in cui la fabbrica, la bellezza, il welfare aziendale e la comunità civile si compenetrano in un unico organismo armonico. La domanda che oggi interroga il territorio senese – tra poli tecnologici da rilanciare e capitale umano da trattenere – è se sia ancora possibile fondare l’impresa su un patto di civiltà, dove il profitto è strumento e mai fine supremo.
II. La scenografia
Siena, nello slargo all’esterno del Complesso Museale di Santa Maria della Scala, di fronte alla monumentale struttura in pietra che guarda verso la scalinata del Duomo. È un pomeriggio limpido e ventilato. Seduto su una sedia pieghevole in metallo verniciato, accanto a un tavolino su cui poggia una macchina da scrivere Olivetti Lettera 22 di colore grigio-verde e una pila di fascicoli di urbanistica, c’è un uomo dallo sguardo lucido e pacato, in abito sartoriale grigio di taglio metà Novecento. Guarda l’architettura del vecchio ospedale, riflettendo sulla stratificazione delle pietre che hanno accolto la comunità per secoli, poi si rivolge a noi.
III. Il dialogo
Siena Post: Ingegner Olivetti, oggi si parla molto di startup, distretti tecnologici e transizione digitale, ma spesso questi concetti rimangono formule astratte che non creano coesione sociale. Siena cerca una nuova vocazione produttiva che vada oltre il turismo e la rendita immobiliare. Da dove si deve ripartire per costruire un’impresa che generi valore reale?
Adriano Olivetti: Si deve ripartire dall’idea che la fabbrica o l’azienda non possono essere formate soltanto da macchine e da numeri contabili. L’impresa deve essere un’istituzione sociale che ha come fine il progresso umano, morale e culturale della comunità in cui sorge. Quando un’azienda si insedia in un territorio senza comprenderne la storia, l’architettura, la bellezza e le esigenze sociali dei suoi lavoratori, non produce ricchezza: produce alienazione. Il profitto deve essere reinvestito per quota parte nella salute, nella casa, nella cultura, nella formazione dei figli di chi lavora. Se l’innovazione tecnologica sradica l’uomo dalla sua terra invece di elevarlo, non è progresso, ma soltanto cieca meccanizzazione.
Siena Post: Il nostro territorio soffre di una fuga di giovani talenti e di una difficoltà cronica nell’attirare investimenti industriali ad alto valore aggiunto. Le aziende moderne lamentano costi elevati e burocrazia, mentre i lavoratori lamentano precarietà e mancanza di prospettive. Come si supera questo stallo?
Adriano Olivetti: Bisogna superare l’egoismo delle parti attraverso l’architettura della Comunità. La Comunità è la misura umana ideale, né troppo piccola né troppo grande, in cui l’individuo può esprimere integralmente la propria personalità. Siena possiede già, per sua storia secolare e forma urbana, la dimensione perfetta della Comunità. Ma occorre che gli imprenditori abbiano la visione di creare luoghi di lavoro trasparenti, luminosi, arricchiti da biblioteche, da servizi sociali e da spazi di dibattito artistico e scientifico. Il lavoratore che non si sente parte di un disegno etico e di una patria ideale offrirà soltanto il minimo del suo tempo; ma chi sa che il proprio sforzo costruisce una civiltà più giusta darà l’ingegno, la passione e la lealtà. L’investimento più redditizio è sempre quello sulla dignità dell’uomo.
Siena Post: Siena ha un’antica tradizione di istituzioni nate per la solidarietà, come il Santa Maria della Scala, che per secoli ha unito assistenza, arte e lavoro. Oggi però il welfare appare in crisi e le istituzioni faticano a dialogare con il mondo produttivo. Qual è il ruolo della cultura all’interno dell’organizzazione economica?
Adriano Olivetti: La cultura non è un ornamento per le ore di svago, né un marchio da esibire nelle mostre: è il carburante stesso dell’innovazione. Nella nostra esperienza a Ivrea abbiamo chiamato poeti, sociologi, pittori e architetti a lavorare fianco a fianco con gli ingegneri e i tecnici. Chi progetta uno strumento di lavoro deve possedere la sensibilità dell’artista per comprendere come quell’oggetto entrerà nella vita quotidiana dell’uomo. Un territorio come Siena, impregnato di bellezza e di memoria, non deve vendere la cultura al chilo al turista di passaggio, ma deve usarla come matrice per formare menti libere, capaci di inventare nuove forme di economia e di architettura sociale. La bellezza salva il lavoro, e il lavoro giusto custodisce la bellezza.
IV. Il congedo
Adriano Olivetti riserva un ultimo sguardo ai fascicoli sul tavolino, poi sfiora con le dita i tasti della Lettera 22. Raccoglie i suoi fogli, li inserisce in una cartella di cuoio ed esce dal cortile verso la piazza del Duomo, il cui lastricato riflette la luce serale. Sotto il rullo della macchina da scrivere ha lasciato un foglio bianco su cui si legge un’unica frase dattilografata: “Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nel profitto o non vi è al di là un destino più alto?”. La sua figura si allontana con passo misurato lungo la gradinata, mentre il vento della sera soffia tra le quinte di pietra della cattedrale.
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