Presidente Cataldi, giunto alla fine del suo mandato al vertice dell’UGDCEC, qual è il bilancio che può trarre da questa esperienza?
È stata un’esperienza straordinaria, prima di tutto dal punto di vista umano, ma anche una grande responsabilità. In questi tre anni abbiamo seguito un metodo molto semplice: fissare degli obiettivi concreti e lavorare, spesso lontano dai riflettori, per provare a raggiungerli.
Credo che l’Unione abbia dimostrato che fare rappresentanza non significa soltanto denunciare ciò che non funziona, ma soprattutto avanzare proposte e provare a trasformarle in opportunità concrete.
Penso alle quote generazionali nella riforma dell’ordinamento professionale, ai protocolli per favorire l’accesso dei giovani agli incarichi giudiziari, al progetto sul Temporary Manager, alla proposta sulle partecipate pubbliche, al bando per il tirocinio sostenuto dalla Cassa, al progetto UNI.CO nelle università e al lavoro sulle specializzazioni e sull’attrattività della professione.
Ma il risultato di cui sono più orgoglioso è forse il metodo: abbiamo costruito rapporti seri e costruttivi con le istituzioni, con il Consiglio Nazionale e con la Cassa, mantenendo sempre la libertà di dire ciò che pensavamo. Dialogare non significa rinunciare alle proprie idee: significa provare a trasformarle in risultati.
E nulla sarebbe stato possibile senza la Giunta, i Consiglieri, la Fondazione, il Comitato Scientifico, IUYA e, soprattutto, la straordinaria rete delle Unioni locali e dei Coordinamenti. La vera forza politica dell’Unione nasce da lì.
Si parla sempre più spesso di impatti e opportunità dell’utilizzo dell’IA nella professione del commercialista e dell’esperto contabile: qual è il suo pensiero in proposito?
Molte attività ripetitive e a basso valore aggiunto saranno automatizzate o profondamente trasformate. Io credo che questo sia un bene, perché può finalmente consentirci di dedicare più tempo alle attività nelle quali il valore del commercialista è realmente insostituibile: interpretare i dati, comprendere l’impresa, assistere l’imprenditore nelle decisioni, gestire situazioni complesse e assumersi responsabilità professionali.
L’IA probabilmente non sostituirà il commercialista, ma certamente cambierà il modo di essere commercialisti. Per questo la vera sfida sarà formativa e culturale: dobbiamo imparare a governare la tecnologia prima che sia la tecnologia a determinare il nostro modo di lavorare.
La categoria dei commercialisti si trova di fronte a nuove sfide professionali: oltre alla IA, quali sono le nuove frontiere della professione?
La prima sfida è liberarci definitivamente dallo stereotipo del commercialista identificato esclusivamente con gli adempimenti fiscali.
La fiscalità rimane una componente fondamentale della nostra professione, ma siamo molto altro. Crisi d’impresa, finanza aziendale, controllo di gestione, operazioni straordinarie, sostenibilità, revisione, consulenza strategica e supporto ai processi decisionali delle imprese rappresentano alcuni dei settori nei quali possiamo avere un ruolo sempre più importante.
Il mercato ci sta chiedendo di passare progressivamente dall’adempimento alla consulenza. Per farlo dobbiamo investire nelle competenze e, soprattutto, creare nuove opportunità professionali.
È anche per questo che durante il mandato abbiamo insistito molto sul concetto di opportunità: una professione torna attrattiva per i giovani se riesce a mostrare loro non soltanto quanto sia importante, ma soprattutto quante strade diverse possa offrire.
Quali sono le principali specializzazioni per i giovani commercialisti sulle quali focalizzarsi per restare competitivi nel mercato professionale?
Non credo esista una specializzazione valida per tutti. Credo, invece, che il futuro appartenga sempre meno al professionista che pretende di saper fare tutto e sempre più a chi costruisce una competenza riconoscibile e di qualità.
Penso alla crisi e al risanamento d’impresa, alla finanza aziendale, all’M&A, al controllo di gestione, alla revisione e alla sostenibilità, al contenzioso tributario, alla fiscalità internazionale e alla consulenza sui nuovi modelli organizzativi e tecnologici delle imprese.
La specializzazione, però, non deve trasformarsi in una gabbia. Serve una solida preparazione di base, alla quale affiancare competenze verticali e capacità di connettere le diverse specializzazioni anche attraverso strumenti di aggregazione professionale.
Per questo ritengo fondamentale che anche il sistema delle specializzazioni professionali sia costruito in maniera seria, accessibile e realmente utile al mercato. Specializzarsi deve significare distinguersi per competenza, non semplicemente aggiungere un titolo al curriculum.
Secondo lei, quanto è importante, per i commercialisti, aggregarsi e fare rete?
È ormai indispensabile. La crescente complessità delle esigenze delle imprese rende sempre più difficile immaginare uno studio nel quale un singolo professionista possa possedere internamente tutte le competenze necessarie.
Aggregarsi, però, non significa necessariamente creare grandi strutture. Significa soprattutto imparare a condividere competenze, organizzazione, tecnologia e opportunità professionali.
Dobbiamo superare una cultura eccessivamente individualista che ha caratterizzato per molto tempo la nostra professione. Il futuro non sarà dell’“io so fare tutto”, ma del “noi sappiamo dare una risposta migliore”.
Anche da questo punto di vista i giovani possono imprimere un cambiamento importante, perché sono generalmente più disponibili alla collaborazione, alla contaminazione tra competenze e alla costruzione di reti professionali.
La riforma fiscale sta per essere completata: qual è il suo giudizio complessivo?
È una riforma molto ampia, che ha interessato numerosi settori del nostro sistema tributario e che va valutata distinguendo i diversi interventi. Alcune scelte vanno nella direzione condivisibile della semplificazione, della maggiore certezza del rapporto tributario e di un diverso rapporto tra Amministrazione finanziaria, contribuenti e professionisti; su altri aspetti sarà fondamentale verificare gli effetti concreti dell’applicazione delle nuove regole.
Come commercialisti abbiamo sempre sostenuto che una vera riforma fiscale non possa essere misurata soltanto dal numero delle norme modificate. Deve produrre un sistema più semplice, stabile e prevedibile, riducendo il peso degli adempimenti e il contenzioso evitabile.
C’è poi un tema che considero centrale: il rapporto tra Amministrazione finanziaria e professionisti. Il commercialista non può essere considerato semplicemente l’ultimo anello della catena degli adempimenti. Deve essere riconosciuto come interlocutore qualificato e come elemento di garanzia del sistema.
Qual è il ricordo più bello di questi anni alla guida dell’Unione Giovani?
È difficile sceglierne uno. Ho attraversato l’Italia e incontrato migliaia di colleghi, partecipando a congressi, forum, convegni regionali, assemblee e incontri istituzionali. Ma i ricordi più belli non sono legati a un palco o a un risultato personale.
Sono i messaggi di un giovane collega che ci dice che grazie a un progetto dell’Unione ha avuto un’opportunità; sono le Unioni locali che organizzano un evento con una passione incredibile; sono le amicizie nate in questi anni e le persone che hanno condiviso questo percorso senza chiedere nulla in cambio.
Ho sempre pensato che l’Unione fosse dare senza chiedere. Dopo questi tre anni ne sono ancora più convinto.
Chiudere il mandato a Bari, a casa mia e nel luogo dal quale è partito il mio percorso associativo, ha per me un significato particolare. Ma non vivo questo momento come un addio. Lo considero piuttosto la consegna di un percorso.
Le cariche finiscono, le esperienze restano. E soprattutto restano le persone. Se c’è una cosa che questi anni mi hanno insegnato è che nell’Unione, come nella professione, i risultati più importanti arrivano quando riusciamo a mettere il “noi” prima dell’“io”.
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