La Cassazione annulla un sequestro per evasione e autoriciclaggio: gli inquirenti avevano contato solo gli incassi. I costi vanno sottratti, anche se non registrati, purché ci siano elementi concreti.
Per stabilire se c’è un reato fiscale, l’imposta evasa va calcolata sul reddito imponibile effettivo, cioè sui ricavi meno i costi deducibili. Non sui soli ricavi lordi. Lo ha stabilito la Cassazione con la sentenza n. 27133 del 20 settembre 2026, che ha annullato un sequestro preventivo finalizzato alla confisca, disposto per dichiarazione fraudolenta e autoriciclaggio. La questione è decisiva perché molti reati tributari scattano solo oltre una soglia di imposta evasa. Se si calcola l’imposta sugli incassi, la si gonfia, e si rischia di punire chi, con i conti giusti, resterebbe sotto la soglia. La Corte aggiunge una precisazione: i costi non diventano irrilevanti solo perché non sono stati contabilizzati. Possono essere considerati se la difesa ne dimostra l’esistenza o fornisce elementi concreti capaci di creare un ragionevole dubbio. E se cade il reato fiscale, cade anche l’autoriciclaggio che su quello si fondava.
La vicenda
Il procedimento riguardava un’attività di locazione immobiliare. Gli inquirenti contestavano il reato di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici (art. 3 d.lgs. n. 74/2000) e quello di autoriciclaggio (art. 648-ter.1 cod. pen.). Sulla base di questa accusa era stato disposto un sequestro preventivo dei beni, in vista della confisca.
La Guardia di finanza aveva ricostruito i ricavi dell’attività, e su quelli era stata calcolata l’imposta evasa. La difesa aveva indicato una serie di costi deducibili, che avrebbero ridotto l’imponibile. Il Tribunale di Cagliari, chiamato a decidere sul sequestro, aveva verificato la ricostruzione dei ricavi, ma non aveva esaminato in modo adeguato quei costi. La Cassazione ha annullato e rinviato.
L’affitto di immobili può essere un’attività d’impresa?
Sì. La Corte ha confermato la qualificazione dell’attività di locazione come attività d’impresa, presumibilmente per la sua organizzazione e continuità. Questo ha una conseguenza precisa sul calcolo delle imposte. Il reddito d’impresa non coincide con gli incassi: è la differenza tra i ricavi e i costi sostenuti per produrli.
Una volta qualificati i proventi come reddito d’impresa, il giudice non può quindi fermarsi ai ricavi. Deve considerare anche i costi deducibili: manutenzioni, spese di gestione, interessi sui mutui, ammortamenti, utenze, compensi a professionisti, secondo le regole fiscali.
Quali costi si possono dedurre?
Quelli che rispettano i criteri della legge tributaria: competenza, cioè riferiti all’anno in cui maturano; certezza e oggettiva determinabilità, cioè esistenti e quantificabili; inerenza, cioè collegati all’attività che produce il reddito. Un costo deve essere stato effettivamente sostenuto e riguardare l’attività: le spese personali dell’imprenditore non si deducono.
Nel processo penale i costi non si deducono in automatico. Si considerano quando la loro esistenza è dimostrata, o quando la difesa fornisce allegazioni concrete, documenti, fatture, contratti, testimonianze, capaci di fondare almeno un ragionevole dubbio.
La novità sottolineata dalla Cassazione riguarda i costi non contabilizzati. Il fatto che una spesa non sia stata registrata in contabilità non basta, da solo, a ignorarla. Se la difesa dimostra che è stata sostenuta e che è inerente all’attività, il giudice deve tenerne conto.
Perché la soglia di punibilità è decisiva?
Perché molti reati tributari esistono solo se l’imposta evasa supera un certo importo. Per la dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici, uno dei requisiti è che l’imposta evasa superi i 30 mila euro, insieme ad altre soglie legate all’ammontare degli elementi sottratti al Fisco.
La soglia è un elemento costitutivo del reato. Se non è superata, il reato non c’è. Il giudice deve quindi accertare l’imposta realmente dovuta, dopo aver determinato correttamente il reddito imponibile. Calcolarla sui soli ricavi lordi porta a sopravvalutare l’evasione e a estendere la responsabilità penale oltre i casi previsti dalla legge.
Esempio concreto. Un imprenditore che affitta appartamenti non dichiara 150 mila euro di canoni. Calcolata sui ricavi, l’imposta evasa supera ampiamente i 30 mila euro. Ma se ha sostenuto 100 mila euro di spese documentate per manutenzione, gestione e interessi passivi, il reddito evaso si riduce a 50 mila euro, e l’imposta corrispondente può scendere sotto la soglia penale.
Cosa c’entra l’autoriciclaggio?
L’autoriciclaggio punisce chi, dopo aver commesso un reato, impiega, sostituisce o trasferisce il denaro che ne deriva in attività economiche o finanziarie, in modo da ostacolare l’identificazione della sua provenienza. Presuppone quindi un reato precedente, da cui provengono le somme.
Se il calcolo corretto del reddito porta l’imposta evasa sotto la soglia, il reato fiscale non c’è. E senza reato fiscale le somme non hanno una provenienza delittuosa. Viene meno, di conseguenza, anche la base dell’autoriciclaggio. Per la Cassazione il mancato superamento della soglia esclude fin dall’origine la rilevanza penale del fatto, e impedisce di considerare illecito il denaro.
Cosa conviene fare alla difesa in casi simili?
Il Tribunale di Cagliari dovrà ora verificare se, dopo aver dedotto i costi effettivamente sostenuti, la soglia di punibilità sia ancora superata. Per chi si trova in situazioni analoghe, la sentenza n. 27133/2026 indica una strada concreta.
Raccogliere fin da subito la documentazione dei costi: fatture, ricevute, estratti conto, contratti, anche se le spese non sono state registrate in contabilità. Presentarla al pubblico ministero e al giudice del riesame, chiedendo di ricalcolare l’imposta sul reddito netto. Se il ricalcolo porta sotto la soglia, il sequestro deve cadere, e con esso le contestazioni penali che dipendono dal reato fiscale. Resta comunque aperta la partita con il Fisco sul piano amministrativo, dove imposte e sanzioni seguono regole proprie.
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