Dopo mesi di indiscrezioni, Christine Lagarde ha annunciato ufficialmente le dimissioni anticipate dalla carica di Presidente della Banca Centrale europea: lascerà il 7 febbraio 2027, quasi nove mesi prima della scadenza naturale del mandato il 31 ottobre successivo. Nella conferenza stampa, Lagarde ha spiegato di sentire la necessità di potersi esprimere liberamente su questioni che vanno al di là della politica monetaria. Il suo contributo, così si esprime, potrebbe essere utile in questo frangente così delicato. Perché non attendere però la fine naturale del mandato? La motivazione molto vaga e la tempistica sollevano inevitabilmente la domanda sull’effettiva indipendenza delle istituzioni. Riguardo al futuro e, ovviamente, anche riguardo alle scelte fatte dalla Bce negli anni della sua presidenza.
Insediata nel novembre 2019, l’ex ministra francese ed ex direttrice del Fondo monetario internazionale ha guidato una Bce chiamata ad affrontare crisi sanitaria, inflazione e tensioni geopolitiche. Nel marzo 2020 fu avviato il Pepp, programma straordinario di acquisti di titoli poi ampliato fino a una dotazione di 1.850 miliardi di euro. Nel luglio 2022 arrivò il Tpi, strumento contro le disfunzioni nella trasmissione della politica monetaria fra i Paesi dell’euro. Politiche monetarie ultra-espansive che hanno creato la premessa per lo scatenarsi delle tensioni inflazionistiche a partire dalla primavera-estate 2021 (cioè prima dello scoppio della guerra in Ucraina e dell’inizio della crisi energetica). Alla lettura dell’inflazione come prevalentemente temporanea, sostenuta nel 2021, seguì inevitabilmente la stretta tardiva: il tasso sui depositi salì dal meno 0,5% al 4% fra il 2022 e il settembre 2023; i tagli iniziarono nel giugno 2024. Nel 2026 due rialzi hanno riportato il tasso al 2,5%. Dopo avere sottovalutato i rischi inflazionistici che aveva contribuito a seminare, come peraltro fatto anche dalla Fed, la Bce ha dovuto correre ai ripari con una brusca inversione che pone molti interrogativi sulla validità delle scelte adottate.
L’impronta più politica della presidenza emerge però nella svolta climatica. Il 4 luglio 2022 Lagarde decise di orientare gli acquisti di obbligazioni societarie verso emittenti con rating Esg più elevati. «Nell’ambito del nostro mandato, stiamo adottando ulteriori misure concrete per integrare il cambiamento climatico nelle nostre operazioni di politica monetaria»: la Bce dichiarò che i volumi complessivi sarebbero rimasti determinati da ragioni monetarie, cambiava solo la composizione degli acquisti, con vantaggi relativi per alcune imprese. Dal giugno 2026 i fattori climatici sono entrati anche nella valutazione di determinate garanzie offerte dalle banche per ottenere liquidità. La politica monetaria è così stata utilizzata per contribuire a convogliare gli investimenti nella direzione del green Deal: una decisione politico-ideologica, a cui si deve imputare, almeno in parte, la crisi del sistema industriale europeo, a partire dall’automotive.
Francoforte ha giustificato il suo interventismo con la gestione dei “rischi climatici” e con il sostegno alle politiche generali dell’Unione, subordinato alla stabilità dei prezzi dall’articolo 127 del Trattato. La questione critica è che l’applicazione delle metriche Esg – di natura politica – anche in questioni squisitamente monetarie, produce effetti redistributivi e di alterazione della concorrenza tra imprese, che dovrebbe essere libera e leale e non condizionata da scelte ideologiche. Una banca centrale indipendente deve rendere verificabili proporzionalità e coerenza di tali scelte con il proprio mandato. Il supposto obiettivo “climatico” non cancella il problema della legittimazione democratica dei mezzi.
L’altra eredità è l’euro digitale, il cui progetto è avanzato sotto Lagarde ma che non è ancora in circolazione. La Bce indica una sperimentazione dal secondo semestre 2027 e una possibile prima emissione a livello retail nel 2029, subordinata alla legislazione europea e a una successiva decisione dell’istituto. La finalità dichiarata è offrire moneta pubblica nei pagamenti digitali e ridurre la dipendenza da operatori extraeuropei. La Bce assicura che l’euro digitale non sarà moneta programmabile e che il contante non sarà eliminato: il 18 ottobre 2023 aveva infatti promesso che l’euro digitale «coesisterebbe con il contante fisico, che sarà sempre disponibile, senza lasciare indietro nessuno». Se c’è la smentita possiamo stare tranquilli? Direi di no, anzi l’excusatio non petita attira proprio l’attenzione sul punto critico. Le central bank digital currencies, cioè le divise digitali delle banche centrali, possono essere rese programmabili. Significa che dal centro potrebbero essere inibiti i pagamenti ad personam nei confronti di soggetti ritenuti “non meritevoli”, perché ad esempio hanno partecipato a manifestazioni non gradite oppure perché hanno espresso opinioni dissonanti rispetto al pensiero unico. Potrebbero essere inserite anche limitazioni per tutti gli utenti: in termini di restrizioni spaziali all’utilizzo del denaro digitale, ad esempio durante un lockdown se il soggetto prova a pagare al di fuori della sua “cella” di confinamento; oppure in termini di restrizioni al tipo di beni acquistabili, fissando dei massimali in termini di emissioni presunte di CO2 misurate in base ai consumi individuali; oppure anche in termini temporali, mettendo ad esempio degli interessi negativi o una data di scadenza, come per lo yogurt, entro cui utilizzare il denaro, per disincentivare il risparmio e incentivare i consumi. Sul punto sensibile dell’anonimato, il 7 novembre 2022 Lagarde aveva dovuto riconoscere che «il pieno anonimato, come quello offerto dal contante, non mi sembra un’opzione praticabile».
E chi ci garantisce che in futuro, magari in occasione di una nuova emergenza, vera o presunta, il denaro digitale non diventi l’unico strumento accettato nei pagamenti? Il denaro deve rimanere un mezzo universale di pagamento, neutrale; l’euro digitale potrebbe invece diventare uno strumento di policy per orientare i comportamenti e per il controllo sociale. Finché il denaro digitale resterà uno tra i tanti mezzi di pagamento il problema non si pone; meglio, tuttavia, essere consapevoli delle potenzialità tecniche di tale strumento. Insomma, una spada di Damocle di cui avremmo fatto volentieri a meno.
Ma perché lasciare prima? Alla spiegazione personale si affianca il calendario politico-elettorale francese. Macron non può concorrere nel 2027 per un terzo mandato presidenziale consecutivo e molto probabilmente vuole influire sulla nomina del successore alla guida della Bce. Formalmente la scelta sarà del Consiglio europeo, secondo la procedura dei Trattati, ma ci sono pochi dubbi sul ruolo chiave della Francia, insieme alla Germania, nella nomina. E nel frattempo la Lagarde potrebbe lavorare per mettere i bastoni tra le ruote alla Le Pen: qui però siamo nel campo delle ipotesi.
Il possibile approdo al World Economic Forum aggiunge un’altra domanda. Il Wef è oggi copresieduto da Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, e André Hoffmann, vicepresidente di Roche; esiste anche una distinta guida esecutiva, affidata al presidente e amministratore delegato Alois Zwinggi. Lagarde figura già nel Board of Trustees. Un eventuale passaggio da Francoforte a Davos non è una novità: dopo la sua frettolosa uscita di scena a Pasqua 2025, a seguito di accuse di malversazioni e molestie, Klaus Schwab, fondatore del Wef, aveva subito ingaggiato la Lagarde per definire il passaggio di testimone. Non si tratta di indiscrezioni ma di una dichiarazione esplicita fatta da Schwab in un’intervista al Financial Times. La Bce aveva dovuto affrettarsi a smentire, dicendo che era intenzione della Lagarde di portare a termine il suo mandato alla scadenza naturale del 31 ottobre 2027 (sic!).
Se la Lagarde passerà dalla guida della Bce a quella del Wef avremo un’ulteriore conferma, se ce ne fosse bisogno, di quella partnership pubblico-privato che è la cifra del Forum di Davos e delle sue iniziative di Great Reset dei sistemi sociali, economici e politici. La politica delle porte girevoli, con la sempre più stretta contiguità fra autorità pubbliche e organizzazioni private, è diventata la prassi di selezione delle classi dirigenti globaliste europee e il modus operandi della governance tecnocratica sovranazionale. Altro che democrazia: occorre prenderne atto.
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