Il silenzio delle stanze vaticane, il rumore dei diritti negati e quella strana abitudine di predicare la misericordia mentre altri pagano il prezzo delle decisioni. Verso un’assemblea generale per non accettare quel che resta della mancia ecumenica.
San Giovanni Rotondo, un luogo dove un tempo si pensava che la sofferenza potesse trovare una risposta diversa. Un luogo nato da un sogno, da una fede ostinata, dalla volontà di un uomo che aveva conosciuto il dolore e aveva deciso che nessuno avrebbe dovuto affrontarlo senza una mano tesa.
Quel luogo si chiama Casa Sollievo della Sofferenza.
Oggi, però, il nome sembra quasi una beffa del destino. Perché mentre la sofferenza continua a entrare dalle porte dell’ospedale, non è affatto chiaro dove si trovi il sollievo. E soprattutto chi abbia ancora il coraggio di offrirlo.
Immagino, in queste notti, un grande palazzo. Non necessariamente quello del Vaticano, ma un palazzo simbolico, con corridoi lunghissimi, porte socchiuse, tavoli apparecchiati per incontri che promettono soluzioni e finestre dalle quali si osserva il mondo senza necessariamente sentirsi obbligati a intervenire.
Dentro, uomini che parlano di sostenibilità, bilanci, riorganizzazioni, equilibri finanziari, prospettive future. Parole importanti, naturalmente. Parole che hanno il pregio di non dover necessariamente incontrare lo sguardo di un infermiere, di un tecnico, di un operatore sociosanitario, di una lavoratrice che a fine mese deve far quadrare i conti della propria famiglia.
Fuori, invece, ci sono le persone. Quelle che non possono permettersi il lusso di vivere in una parentesi diplomatica.
Ci sono lavoratori che chiedono il riconoscimento di diritti contrattuali, arretrati e adeguamenti economici. Ci sono sindacati che, pur con sensibilità e strategie differenti, tentano di mantenere aperto un confronto che sembra assomigliare sempre più a una porta girevole: si entra con una speranza e si esce con un’altra convocazione. E poi ci sono i decreti ingiuntivi. Una parola fredda, burocratica, quasi chirurgica.
Ma dietro quei provvedimenti non ci sono numeri da una contabilità impolverata. Ci sono persone. Ci sono stipendi, sacrifici, mutui, figli, genitori anziani, vite che non possono essere sospese in attesa che qualcuno trovi una formula finanziaria sufficientemente elegante per riconoscere ciò che viene rivendicato.
E qui comincia la parte più amara della vicenda.
Perché Casa Sollievo non è una struttura qualsiasi. Non è semplicemente un’azienda sanitaria alle prese con una crisi economica. È un’opera nata sotto il segno di Padre Pio, cresciuta dentro una promessa morale e spirituale che ha superato da tempo i confini di San Giovanni Rotondo.
È anche per questo che la responsabilità della Santa Sede non può essere considerata una questione meramente amministrativa.
Non basta nominare commissioni, annunciare verifiche, convocare tavoli, distribuire dichiarazioni rassicuranti. Non basta affidare alla parola efficienza il compito di sostituire quello della responsabilità. Non basta osservare da una posizione istituzionale una vicenda che coinvolge un patrimonio umano, professionale e spirituale così importante.
La Santa Sede non è estranea alla storia e alla missione di questa Fondazione. E proprio per questo non può comportarsi come un proprietario che si accorge dei problemi soltanto quando diventano troppo rumorosi per essere ignorati. Non si tratta di attribuire responsabilità personali senza conoscere tutti gli atti, né di immaginare regie occulte dove servirebbero documenti e trasparenza.
Si tratta di pretendere risposte. Risposte pubbliche, verificabili, comprensibili.
Quali responsabilità sono state accertate? Quale futuro si immagina per la Fondazione? E soprattutto: quale posto occupano, in quel futuro, le persone che ogni giorno tengono in piedi l’ospedale?
Perché il sospetto di una possibile cessione, di una trasformazione della missione o di un progressivo allontanamento dall’identità originaria non può essere liquidato con un’alzata di spalle. Non quando si parla di un’opera che appartiene anche alla memoria collettiva di milioni di persone.
Sarebbe davvero singolare che un’opera nata per sottrarre la sofferenza all’abbandono finisse per consegnare i propri lavoratori a una solitudine istituzionale.
E sarebbe ancora più singolare che, mentre si organizzano incontri per rilanciare il turismo religioso, per valorizzare i pellegrinaggi, per raccontare al mondo la bellezza di una spiritualità accogliente, si facesse fatica a trovare qualcuno disposto a raccontare la sofferenza concreta di chi lavora dentro quella stessa opera. Il turismo religioso può certamente rappresentare una risorsa per il territorio. Ma quale credibilità può avere una promozione della spiritualità se si evita di guardare ciò che accade nel luogo che dovrebbe esserne una delle più autentiche testimonianze?
Si può organizzare un convegno sulla fede, una conferenza sulla devozione, una campagna di comunicazione sul patrimonio religioso. Si possono scrivere comunicati in più lingue, utilizzare parole sofisticate e costruire itinerari per pellegrini provenienti da ogni parte del mondo. Ma non esiste promozione turistica capace di cancellare una contraddizione morale.
Non si può invitare il mondo a visitare la casa della misericordia e contemporaneamente lasciare che chi quella casa la abita professionalmente debba rivolgersi ai tribunali per rivendicare i propri diritti. E allora viene spontaneo chiedersi dove sia finita quella Chiesa che dovrebbe essere madre, quella Chiesa che dovrebbe ascoltare prima di giudicare, accompagnare prima di amministrare, proteggere prima di difendere gli equilibri dei propri apparati.
Non si pretende che il Vaticano risolva magicamente i debiti, né che ignori le difficoltà economiche di una struttura complessa. La sostenibilità finanziaria è una condizione necessaria per garantire il futuro dell’ospedale. Ma la sostenibilità non può diventare una parola magica dietro la quale nascondere ogni rinuncia, ogni sacrificio imposto, ogni diritto rimandato. E soprattutto non può diventare una giustificazione permanente.
Se davvero la proposta della Direzione Generale dovesse tradursi nell’approvazione dei contratti 2022-2024 e 2025-2027 senza arretrati, senza adeguamenti economici e senza contrattazione di secondo livello, la domanda sarebbe inevitabile: quale idea di lavoro, di dignità e di giustizia sociale si sta cercando di affermare?
Un contratto senza riconoscimento economico, un diritto senza conseguenze concrete, una trattativa nella quale si chiede ai lavoratori di rinunciare a ciò che rivendicano: quale genere di pace sociale si vorrebbe costruire? La pace non è il silenzio di chi non ha più la forza di protestare. E la disponibilità al dialogo non può essere confusa con la disponibilità a rinunciare.
Il 6 novembre, se il confronto annunciato dovesse concludersi senza proposte realmente discutibili, non sarà soltanto un altro appuntamento mancato. Potrebbe rappresentare il punto in cui la distanza tra lavoratori e governance diventa ancora più difficile da colmare. E l’assemblea del 9 novembre potrebbe restituire la misura di una tensione che non può essere contenuta all’infinito dentro comunicati e dichiarazioni di circostanza.
Ma c’è un’immagine che continua a tornarmi alla mente. Immagino Padre Pio seduto in un corridoio di quell’ospedale. Non chiede il bilancio, non domanda chi abbia ragione in una disputa contabile, non consulta le proiezioni finanziarie. Guarda passare gli infermieri, gli operatori, i malati, le famiglie. Poi si ferma davanti a una porta e domanda semplicemente: «Ma voi, chi state facendo soffrire?».
È una domanda immaginaria, naturalmente. Ma forse è proprio quella che oggi dovrebbe risuonare più forte in tutti i palazzi dove si decide il destino di Casa Sollievo. Perché la vera eredità di un’opera religiosa non si misura soltanto nella grandezza delle sue strutture, nella quantità di pellegrini che riesce ad attirare o nella consistenza del suo patrimonio. Si misura soprattutto nella coerenza tra ciò che proclama e ciò che pratica.
E qui la delusione diventa amarezza.
Amarezza verso un’istituzione che richiama continuamente il valore della fraternità, ma dalla quale ci si aspetterebbe una presenza molto più visibile, concreta e coraggiosa. Amarezza per il rischio che la responsabilità venga dispersa tra commissioni, organismi, interlocutori e competenze, fino a diventare di nessuno. Amarezza per l’impressione che, in questa vicenda, la preoccupazione per la tenuta dell’organizzazione rischi di prevalere sull’ascolto delle persone.

La Santa Sede ha ancora la possibilità di dimostrare che la missione di Casa Sollievo non è diventata soltanto una voce da custodire nei documenti istituzionali. Può pretendere trasparenza. Può favorire un confronto autentico. Può chiedere conto delle scelte compiute. Può garantire che il futuro della Fondazione non venga deciso senza il coinvolgimento di chi ogni giorno ne rende possibile il funzionamento. Può dimostrare che la parola misericordia non è soltanto una formula pronunciata davanti a un altare.
Perché il rischio più grande non è soltanto quello di una crisi economica. È quello di una crisi di credibilità. E quando un’opera nata dalla carità perde la fiducia di chi la serve, il problema non è più soltanto finanziario. Diventa una questione di coscienza.
Forse, nei corridoi del Vaticano, qualcuno dovrebbe finalmente aprire quella finestra dalla quale si osserva Casa Sollievo. Non per guardare il panorama delGargano, non per contemplare il santuario, non per ascoltare il rumore dei pellegrini. Ma per sentire le voci di chi lavora, le preoccupazioni di chi è malato, la rabbia di chi rivendica un diritto e la paura di chi non sa quale futuro lo aspetti. Perché c’è una differenza enorme tra custodire un’opera e amministrarne soltanto le difficoltà.
E se la Chiesa dovesse un giorno voltarsi dall’altra parte, lasciando che il destino di Casa Sollievo venga consegnato esclusivamente alle logiche del mercato, dei bilanci e delle convenienze, non sarebbe soltanto una pagina dolorosa nella storia di un ospedale. Sarebbe una sconfitta della sua stessa ragione d’essere.
Non servono altre preghiere di circostanza.
Non servono altre fotografie istituzionali. Non servono altre parole sulla missione, se poi quella missione non riesce a riconoscere la dignità di chi la rende possibile. Casa Sollievo non ha bisogno di essere salvata soltanto nei conti. Ha bisogno di essere salvata nella coscienza di chi ne ha la responsabilità.
E forse, alla fine, la domanda più terribile non sarà quanto costerà salvare Casa Sollievo. Sarà quanto sarà costato alla Chiesa voltarsi dall’altra parte.
Perché Padre Pio aveva immaginato una casa per alleviare la sofferenza degli uomini.
Non una casa nella quale, un giorno, la sofferenza avrebbe dovuto chiedere udienza a chi avrebbe dovuto impedirla.
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