Arriviamo quindi alle Opzioni. Come si svolgono in Valcanale?
Riguardano i comuni di Pontebba ovvero Pontafel/Tablja, Malborghetto-Valbruna e Tarvisio con Camporosso, Saifnitz/Žabnice e Fusine, che a rigore non è nemmeno Valcanale ma Carniola. In quell’area si toccano infatti le regioni storiche della Carinzia, Carniola, Friuli e Litorale. Parliamo in tutto di circa 10.000 persone. I risultati degli optanti per la Germania sono in linea con il Sudtirolo, anzi leggermente superiori: attorno all‘85-86% opta per la cittadinanza tedesca. Circa 2.500 partono quasi subito. Ma c’è qui una differenza sostanziale. Gli optanti vengono trasferiti per lo più a Villach o Arnoldstein, a una ventina di chilometri di distanza, in Carinzia. Uno spostamento minimale, che permetteva di mantenere i legami di prima. Non c’era il rischio di finire chissà dove.
In Sudtirolo la frattura tra Optanten e Dableiber ha segnato la società per decenni. E in Valcanale?
Quella distinzione, come categoria politica organizzata, in Valcanale non esiste. I gruppi erano troppo piccoli per strutturare una vera discussione politica sulla questione, né da parte maschile né da parte femminile. La propaganda invece c’è stata, eccome.
Lei ha pubblicato con Emanuele Dalle Mulle un articolo sulle Opzioni come emblema dell’ambiguità della politica fascista nelle regioni di confine. Qual è la tesi?
Finora si è sempre pensato che si optasse principalmente per la martellante propaganda degli emissari venuti da fuori – “vi sposteranno al Sud, le case verranno svendute” – e per ragioni economiche. A Villach o a Innsbruck ci si immaginava opportunità migliori, anche a causa di vent’anni di italianizzazione forzata. Ma c’è un ulteriore elemento: erano le stesse autorità fasciste a non fidarsi dei locali. Ed era una tensione irrisolvibile, che andava dal funzionario di prefettura fino a Mussolini. Da un lato non potevano ammettere che quelle persone non fossero italiane – nella costruzione mentale dello Stato fascista erano semplicemente italiani che avevano “dimenticato” di esserlo – dall’altro continuavano a diffidarne: non ci vogliono, fanno le scuole clandestine, gli sloveni si organizzano nel TIGR e mettono le bombe… Noi la chiamiamo consistent ambiguity, un’ambiguità costante tra le due componenti.
Cambiò qualcosa con le Opzioni?
Le Opzioni sono il momento in cui questo specchio si rompe. In teoria il regime non avrebbe nemmeno potuto dire “non restate”, perché erano già italiani. In pratica la cosa si trasformò in una débâcle politica. E il paradosso è che molti fascisti furono convinti fino all’ultimo che ce l’avrebbero fatta a “tirare fuori l’italianità” da queste persone, non solo con la retorica ma con vere politiche di sostegno, dal dopolavoro ferroviario alle associazioni per i locali. In fondo i valcanalesi erano bravi contadini cattolici, leali alle istituzioni, e verso quella civiltà c’era persino una forma di rispetto. Molto peggio andava in Carnia, dove le minoranze di lingua tedesca erano ferrovieri che votavano socialista: quelli sì erano visti come i “veri austriacanti”.
C’è poi la questione della “conquista del suolo”.
Sì, la vendita dei terreni e delle case a famiglie esterne. E qui la differenza con il Sudtirolo è netta: in Valcanale l’operazione riesce molto bene, proprio – questa è di nuovo una mia interpretazione – perché la Valcanale aveva una storia di fuoriuscite, ibridazioni e mutamenti nella coscienza territoriale, quella che in inglese si chiama nationhood, distinta dalla nationality. I valcanalesi avevano più facilità ad andarsene, e questo ha causato una perdita delle proprietà molto più forte che in Sudtirolo. Con un dettaglio umano interessante: i primi a prendere le case non venivano da lontano, ma dalla Val Raccolana, dalla Val Dogna, dalla Val Resia – altra valle di lingua slovena – o dalla Carnia. E siccome gli optanti stavano appena oltre confine, capitava che vecchi e nuovi proprietari si conoscessero e diventassero amici. Nelle mie interviste ho raccolto la storia di un signore che aveva comprato casa a Fusine e il cui vecchio padrone, optante trasferitosi vicino a Villach, tornava spesso a trovarlo. È successo varie volte.
E i valcanalesi partiti, quale destino hanno avuto in Carinzia?
Le associazioni di aiuto agli optanti operavano a Villach e Klagenfurt, e nel 1940 i primi treni partono tra grandi festeggiamenti, celebrati dalla stampa carinziana come un successo della politica del Terzo Reich. Poi le cose rallentano, come per il Sudtirolo. Nel 1942 accade poi un fatto rivelatore: molte famiglie valcanalesi vengono mandate nella Carinzia meridionale, da cui erano stati espulsi gli sloveni carinziani. Ed è qui che si vede tutta la complessità di questo spazio: gli sloveni carinziani, come i valcanalesi, parlavano dialetti sloveni ma non avevano sviluppato una coscienza nazionale slovena come quelli della Carniola, la regione di Lubiana. Per i carinziani stessi c’erano i carinziani di parlata slovena “leali” alle strutture statali e gli “sloveni” da tenere sotto controllo come traditori. Da qui, dove si è abituati a un gruppo linguistico tedesco compatto e riconosciuto come minoranza “austriaca” in Italia, questa stratificazione si fa fatica a capirla. Ed è il motivo per cui evito il termine “identità”, troppo carico e semplificante, perché non rende la complessità di persone che parlavano tre o quattro lingue, friulano compreso.
Arriviamo alla fine della seconda guerra mondiale. Lei sostiene che proprio lì, in quel fazzoletto di terra, si veda concentrata la fine del conflitto in Europa.
In una decina di giorni, tra il 27 aprile e l’8 maggio 1945, quel punto diventa l’incrocio di tutto: da ovest arrivano gli angloamericani, da est spingono l’armata jugoslava e i partigiani sloveni. Poi i nazisti in fuga verso nord, i collaborazionisti italiani che cercano di consegnarsi agli Alleati e non agli jugoslavi, i collaborazionisti sloveni e i cetnici in fuga verso ovest, i profughi italiani che premono su Trieste e Udine, e persino i cosacchi che Hitler aveva insediato in Carnia per farne una loro terra. A ciò si aggiungono gli scontri tra partigiani cattolici e comunisti. Chi viveva lì ha visto passare qualcosa come 200.000 persone. Tarvisio diventa un hub che oggi faremmo fatica a immaginare. A metà maggio l’armata jugoslava, che aveva occupato tutto il territorio etnico sloveno, Valcanale compresa, deve ritirarsi.
Con quali conseguenze per le minoranze della valle?
Decisive. La Valcanale resta saldamente dentro le strutture della provincia di Udine, subito sotto amministrazione militare alleata. Questo impedisce a qualsiasi elemento non italiano di strutturarsi politicamente: la maggioranza è immediatamente italiana, e lecomponenti che avevano optato si ritrovano di colpo in minoranza. Paradossalmente, proprio perché i tedeschi se n’erano andati, sono gli sloveni rimasti i primi a tentare di politicizzarsi – avevano gli jugoslavi “in casa” – ma vengono subito fermati. Ci sono episodi di intimidazione da parte dei partigiani nazionalisti italiani, gli osovani, contro i garibaldini e contro ogni tentativo di collaborazione italo-slovena. Un esempio: l’Unione antifascista italo-slava, la UAIS, nata nell’orbita comunista tra Gorizia e Trieste, in Valcanale si declina addirittura in UAISA – con la A di “austriaca” – ma dura pochissimo. Al massimo si concedeva qualche lettera in tedesco negli uffici, in sloveno sicuramente no, benché gli sloveni in quel momento fossero i più numerosi.
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