Se vuoi fare affari con un broker o sposarne uno, il posto migliore dove andare è Ulysses’ Folkhouse. Scrisse proprio così una rivista d’epoca, poco dopo la nostra apertura. E, sinceramente, credo che fosse vero». Sorride guascone Maurice Parker, 52 anni, da 24 buttafuori di uno dei bar più popolari della storica Stone Street a Lower Manhattan, una lingua pedonale di ciottoli incastonata tra i grattacieli del Financial District. Tavoli e panche di ristoranti occupano ormai quasi tutta la strada, sotto fili di luci che la sera accendono il vicolo.
Di giacche e cravatte però se ne vedono forse tre in tutto. «All’inizio veniva soprattutto chi lavorava a Wall Street, poi sono arrivati poliziotti, operai dei cantieri e le prime coppie che si trasferivano qui. Oggi trovi soprattutto giovani professionisti e studenti».
Per Maurice, nato a Brooklyn, questa è casa ormai. «Ulysses aprì un anno dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Tanti pensarono che i proprietari fossero pazzi». Tra i newyorchesi la voglia di riscatto era infatti forte, ma per molti mesi rimase l’ansia che quella ferita, che aveva ridotto il cuore finanziario della città a un cumulo di macerie, ne avesse cambiato per sempre il destino. «Si sbagliavano!»
È passato un quarto di secolo da quella limpida mattina di settembre in cui New York precipitò nel giorno più buio. Se spesso l’aggettivo “resiliente” è svuotato di senso, in questo caso sembra l’unico capace di descrivere ciò che è accaduto. Nel 2001 gli abitanti di Lower Manhattan erano circa 23mila, oggi ce ne sono 70mila; gli hotel da sei sono diventati 42. Solo l’anno scorso, nota Downtown Alliance, sono state aperte novanta attività commerciali.
Il Financial District, il FiDi come lo chiamano i residenti, e i quartieri che gli fanno da corona – da Battery Park City, affacciata sull’Hudson, al Seaport, l’antico porto mercantile – sono tra gli indirizzi più trendy, con ristoranti, bar, terrazze, negozi di lusso e centri commerciali. I nuovi grattacieli si affiancano ai magnifici palazzi storici, mentre sopra tutto domina il One World Trade Center, la Freedom Tower. È un prisma di vetro che riflette di volta in volta gli umori del cielo e resta il segno più visibile della rinascita di Ground Zero. Qui la memoria dell’11 settembre è ovunque, custodita con rispetto, senza però che il distretto sia definito dalla tragedia.
La trasformazione era già iniziata prima degli anni Duemila. La città aveva bisogno di nuove abitazioni e Downtown offriva un terreno ideale. Molti edifici per uffici stavano perdendo centralità, mentre una parte delle attività finanziarie cominciava a spostarsi verso Midtown.
Negli anni Novanta il quartiere veniva descritto come una “ghost town”. «Vedevi soprattutto uomini della finanza e turisti in fila per salire sulle Torri Gemelle. Al mattino dalle metropolitane usciva una fiumana ordinata di persone dirette negli uffici», ricorda Anne, un’insegnante che incontriamo mentre fa la spesa. «I pochi ristoranti lavoravano soprattutto a pranzo e spesso alle quattro avevano già chiuso. Finita la giornata, gli impiegati sciamavano. Non vedevi passeggini, non c’erano famiglie». Non esisteva neppure il supermercato dove la fermiamo, su Broadway, di fronte a St. Paul’s Chapel, la chiesa rimasta miracolosamente in piedi e diventata punto di sostegno per soccorritori e operai.
L’11 settembre provocò prima una paralisi, poi una spinta a richiamare residenti e investimenti. Per agevolare la conversione degli uffici in abitazioni, la città iniziò a concedere incentivi fiscali ai costruttori. Mike Bloomberg, appena eletto sindaco, si impegnò per trasformare il Lower Manhattan in una comunità viva con case, scuole, parchi, negozi, cultura.
«La seconda grande fase arrivò con la crisi finanziaria. Tra il 2008 e il 2010 ci fu l’ondata di sviluppo che più di tutte cambiò il FiDi», spiega Alex Carini, agente immobiliare che opera tra New York e Miami. «La pandemia ha aperto un’altra stagione. Molti uffici rimasti vuoti sono diventati appartamenti, questa volta in affitto, capaci di attirare una popolazione più giovane». Downtown è anche più diversificata. Se venticinque anni fa finanza e immobiliare concentravano circa due terzi dei posti di lavoro, oggi pesano meno, affiancati da business legati a media, tecnologia e pubblicità. «Chi decide di abitare qui lo fa perché la zona è ben collegata – continua Carini – i palazzi sono nuovi, hanno servizi come palestre e piscine e costano meno rispetto ad altre zone».
È il motivo che ha spinto i gemelli ventiquattrenni Sarah e James a trasferirsi qui dal New Jersey. «Abbiamo tutte le metropolitane vicine. Ridurre il tempo degli spostamenti è fondamentale. Nel palazzo c’è un portiere e il bilocale è nuovo». L’attentato l’hanno studiato a scuola, ma «ogni newyorchese ha amici, parenti, conoscenti che hanno perso qualcuno».
Padre Kevin Madigan quel martedì fu testimone attivo. Era allora sacerdote di St. Peter, la parrocchia più vecchia di New York, affacciata su Ground Zero. Della tragedia preferisce ricordare soprattutto l’indomani. «Il 12 settembre arrivarono persone da ogni dove, cercando di aiutare, di rimuovere le macerie, di trovare sopravvissuti. Quella solidarietà è parte importante della storia». L’evacuazione e le restrizioni della “red zone” durarono giorni, in alcuni casi mesi. Madigan, come residenti e soccorritori, respirò a lungo un’aria tossica, satura della polvere delle Torri. «Era terribile. Rimaneva nei capelli, sul corpo». Da allora, migliaia di persone sono morte per patologie legate all’esposizione alle tossine.
Dove nel 2001 c’erano le Twin Towers, poi il vuoto dei crolli e per anni gru e cantieri, oggi c’è una piazza completamente ridisegnata. Ad accogliere i visitatori, un murale colorato: “Welcome to the WTC”. A sinistra, l’Oculus di Santiago Calatrava: una grande struttura di acciaio bianco e vetro, con le costole che si aprono verso l’alto come ali. Inaugurato nel 2016, ha ricucito la rete dei trasporti spezzata l’11 settembre, diventando uno dei principali snodi di Lower Manhattan, con decine di negozi all’interno.
Alla nuova Downtown si sono aggiunti anche spazi per l’arte, come il Perelman Performing Arts Center, aperto nel 2023. Una mappa circolare mostra il sito: al posto del vecchio complesso sono sorti il One World Trade Center e le torri 3 e 4; al centro restano le impronte delle Twin Towers, trasformate nelle due grandi vasche. Mancano ancora all’appello World Trade Center 2 e 5.
La volontà di ricostruire fu immediata, l’azione richiede tempo. Anni di revisioni, controversie, problemi di sicurezza e costi crescenti. La Freedom Tower aprì soltanto nel 2014; il The National September 11 Memorial & Museum fu inaugurato nel 2011, dieci anni dopo gli attentati. I visitatori sono numerosi, nel 2025 oltre dieci milioni. Dopo un po’ di shopping e l’immancabile selfie davanti al New York Stock Exchange, il percorso entra nella geografia dell’11 settembre. St. Paul’s Chapel, la caserma dei pompieri, il museo e infine le vasche, dove il rumore della città si attenua sotto il fragore dell’acqua. Un luogo di raccoglimento, anche se nel cuore del capitalismo non manca la mercificazione del dolore: i chioschi vendono decine di souvenir con l’immancabile “Never Forget”.
«In generale, c’è però molto rispetto. È tra i siti più visitati negli Usa», dice a L’Espresso Monica Iken, fondatrice di September’s Mission, organizzazione impegnata a preservare la memoria dell’11 settembre. I resti di suo marito, che lavorava in una delle Torri, non furono mai ritrovati. «Per me è un luogo sacro», continua la donna, che fu tra coloro che si batterono perché il Memoriale sorgesse a Ground Zero, opponendosi alle ipotesi di spostarlo altrove. «Cento milioni di americani sono nati dopo il 2001, dobbiamo insegnare loro che cosa è accaduto».
È quello che vediamo fare a Corey con la figlioletta. Mentre tocca il bordo di bronzo delle vasche in cui sono incisi i nomi delle 2.977 vittime, la bimba si dimena. «Vorrebbe entrare e nuotare», racconta imbarazzato. «Ho studiato qui, alla Pace University, conoscevo tutte le strade. Per me è ancora difficile realizzare che le Torri Gemelle non ci siano più. A poco a poco voglio spiegare alla mia bimba l’orrore di quel giorno e la grandezza di questa città, di come ha saputo rialzarsi».
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link





