Milioni di famiglie italiane contano, più o meno consapevolmente, su un’eredità futura per garantirsi una maggiore sicurezza economica. È un’aspettativa che cambia già oggi le scelte di spesa e di risparmio di chi la nutre, ma che rischia di scontrarsi con una realtà molto più modesta di quanto si immagini. Tra invecchiamento della popolazione, costi crescenti per l’assistenza agli anziani, frammentazione dei patrimoni tra più eredi e un mercato immobiliare che non garantisce più le stesse plusvalenze del passato, la grande eredità mancata rischia di diventare uno dei temi economici e sociali più rilevanti dei prossimi decenni.
Il paradosso demografico: patrimoni concentrati, eredi sempre meno numerosi ma anche meno ricchi in proporzione
Il cuore del problema è demografico. Nei prossimi anni i grandi patrimoni accumulati dalle generazioni nate nel dopoguerra passeranno alle generazioni successive, nate indicativamente tra il 1966 e il 1975, che sono numericamente più esigue a causa del calo della natalità registrato in Italia a partire dagli anni Settanta. Secondo l’analisi condotta dalla Banca d’Italia nella sua Relazione Annuale, la ricchezza trasferita per via ereditaria, soprattutto quella immobiliare, rappresenterà una quota del patrimonio complessivo superiore rispetto al passato: si stima che passerà dal 30% al 40% del totale.
Questo potrebbe far pensare a eredità più corpose per i singoli beneficiari, ma la realtà è più complessa. Bankitalia segnala infatti che il fenomeno rischia di ampliare il divario di ricchezza già esistente, perché saranno soprattutto gli eredi con un titolo di studio elevato, provenienti da famiglie già istruite e benestanti, a trarre i maggiori benefici da questo trasferimento intergenerazionale. Per la maggioranza delle famiglie italiane, in particolare quelle a reddito medio basso, l’eredità reale rischia invece di essere molto più contenuta delle aspettative, semplicemente perché il patrimonio di partenza dei genitori non è mai stato consistente.
A questo si aggiunge un dato strutturale spesso sottovalutato: secondo i dati Istat elaborati in collaborazione con la Banca d’Italia e pubblicati a gennaio 2026, la ricchezza netta delle famiglie italiane ha raggiunto gli 11.732 miliardi di euro alla fine del 2024, con una crescita del 2,8% in termini nominali. Ma si tratta di un aumento più apparente che reale: in termini reali, al netto dell’inflazione, le famiglie italiane risultano più povere rispetto a pochi anni fa. Un patrimonio che cresce sulla carta, ma che perde potere d’acquisto, è un patrimonio che si trasmette agli eredi con un valore effettivo inferiore a quello nominale.
Un altro elemento che spiega perché la maggior parte degli italiani riceverà meno di quanto sperato riguarda la distribuzione fortemente diseguale della ricchezza nel Paese. Secondo i dati più recenti di Bankitalia, il 10% delle famiglie più benestanti detiene oltre il 60% della ricchezza nazionale complessiva, mentre la metà meno abbiente della popolazione possiede appena il 7% del patrimonio totale.
Questo significa, in termini molto concreti, che quando si parla di eredità in Italia si parla in realtà di due fenomeni completamente diversi. Da un lato ci sono le famiglie benestanti, dove il trasferimento patrimoniale è consistente e spesso pianificato con largo anticipo, anche grazie a strumenti come le donazioni in vita o i patti di famiglia. Dall’altro c’è la maggioranza silenziosa degli italiani, per i quali l’eredità si riduce spesso alla sola casa di famiglia, quando c’è, gravata peraltro da spese di successione, imposte catastali e ipotecarie, e in molti casi da debiti residui o costi di manutenzione accumulati negli anni.
Il costo dell’assistenza agli anziani sta erodendo i patrimoni prima ancora della successione
C’è poi un fattore che raramente viene considerato quando si parla di eredità mancata: il costo crescente della non autosufficienza. Con l’allungamento della speranza di vita, sempre più anziani italiani trascorrono gli ultimi anni in condizioni di fragilità o non autosufficienza, e questo comporta spese sanitarie e assistenziali che possono erodere in modo significativo i risparmi accumulati in una vita.
Una permanenza in RSA (Residenza Sanitaria Assistenziale) costa in media, secondo le stime più aggiornate del 2026, tra i 1.600 e i 2.500 euro al mese, con punte che superano i 3.000 euro nelle strutture private di fascia alta. Anche scegliendo l’assistenza domiciliare, il costo di una badante convivente, tra stipendio, contributi, tredicesima e TFR, può superare i 1.500-1.800 euro mensili. Su periodi di permanenza che possono durare diversi anni, queste spese finiscono per assottigliare in modo consistente il patrimonio destinato agli eredi, anche quando esistono agevolazioni pubbliche come l’indennità di accompagnamento o la copertura sanitaria del Servizio Sanitario Nazionale.
Non è un caso che in vent’anni la percezione di fragilità economica tra gli over 65 sia praticamente raddoppiata, passando dal 18,3% al 36,6%, nonostante redditi e patrimoni della popolazione anziana siano nel complesso cresciuti. È il segnale di un sistema di welfare pubblico che arretra, lasciando sempre più spesso alle famiglie l’onere di coprire i costi della cura, spesso attingendo proprio a quel patrimonio che in teoria sarebbe dovuto arrivare intatto agli eredi.
“Godersela adesso”: la nuova filosofia di nonni e genitori che spiazza gli eredi
C’è poi un importante fattore culturale, più che economico, che sta contribuendo a ridimensionare le eredità future: la crescente tendenza di una parte dei genitori e dei nonni italiani a spendere ciò che hanno accumulato in una vita di lavoro e sacrifici, invece di conservarlo intatto per i figli. Non è più solo una questione di necessità legata all’assistenza sanitaria o alla non autosufficienza, ma una scelta consapevole, sempre più diffusa tra gli over 60, di godersi finalmente il frutto di decenni di impegno.
Secondo un’analisi condotta da Future Proof Society insieme al think tank Tortuga, l’Italia si trova alla vigilia del cosiddetto Grande Trasferimento di Ricchezza, un passaggio patrimoniale stimato in oltre 6.000 miliardi di euro tra immobili, risparmi e altri beni accumulati dai baby boomer. Ma proprio all’interno di questa generazione sta emergendo un numero crescente di persone che, complice l’allungamento della vita, l’aumento dei nuclei familiari frammentati e la crescita dei single senior, ridiscute apertamente l’idea che l’eredità sia un passaggio obbligato. Dietro questa scelta non c’è solo l’assenza di figli, ma una consapevolezza nuova sul rapporto tra patrimonio, longevità e qualità della vita: chi ha lavorato e risparmiato per decenni comincia a chiedersi perché non dovrebbe spendere quei soldi per viaggiare, curarsi meglio o semplicemente vivere con più agio, invece di lasciarli intatti a figli e nipoti.
Secondo l’Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani, realizzata da Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi, il 70% degli over 60 ritiene un dovere lasciare almeno la casa in eredità ai figli, e circa la metà considera l’eredità un vero e proprio dovere morale. Ma è proprio il fatto che accanto a questa maggioranza tradizionalista stia crescendo una minoranza sempre più visibile e organizzata, che pianifica consapevolmente di non lasciare nulla o quasi, a segnalare un cambiamento culturale in atto. Complice anche una normativa che oggi consente maggiore flessibilità nella riscossione del TFR e incentivi fiscali alle rendite, sempre più pensionati scelgono di convertire il proprio patrimonio in flussi di reddito da consumare in vita, piuttosto che lasciarlo cristallizzato in un lascito da trasmettere.
Per gli eredi, il risultato pratico è identico a quello prodotto dai fattori demografici ed economici già visti: l’eredità che arriverà, quando arriverà, sarà più piccola di quella immaginata. Solo che in questo caso non è colpa dell’inflazione, dei costi dell’assistenza o della frammentazione tra fratelli, ma di una scelta deliberata di chi, dopo una vita di impegni, lavoro e sacrifici, ha semplicemente deciso di godersi ciò che ha guadagnato, senza sentirsi in obbligo di lasciarlo a chi verrà dopo.
Quando l’eredità arriva, spesso arriva tardi e già divisa
Un ultimo aspetto da considerare riguarda i tempi e la frammentazione. Con l’aumento della speranza di vita, l’età media alla quale si riceve un’eredità si è progressivamente alzata: sempre più spesso gli italiani entrano in possesso del patrimonio dei genitori quando hanno già superato i 55 o i 60 anni, un’età in cui i bisogni economici principali, dall’acquisto della prima casa alla crescita dei figli, sono già stati affrontati con risorse proprie.
A questo si aggiunge la frammentazione tipica del sistema successorio italiano: un patrimonio che un tempo veniva trasmesso a due o tre figli oggi viene spesso suddiviso anche tra fratelli, coniugi superstiti e, in caso di famiglie ricomposte, tra eredi di nuclei diversi. Il risultato è che il valore nominale di una casa o di un conto corrente, per quanto significativo nel complesso, si traduce in quote individuali molto più modeste di quanto ciascun erede avesse immaginato.
Dott. Giovanni Matano
Il Dott. Giovanni Matano è un esperto di fiscalità pratica e consulente fiscale con oltre 15 anni di esperienza nel settore. Laureato in Economia e Commercio presso l’Università Bocconi di Milano, ha dedicato la sua carriera a supportare piccole e medie imprese nella pianificazione fiscale e nell’ottimizzazione delle agevolazioni fiscali. La sua competenza si estende anche …
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