La sentenza della Corte di giustizia europea sull’ex Ilva esclude le imprese in difficoltà dalle agevolazioni previste per quelle a forte consumo di energia. Una decisione che si inserisce in una fase già molto delicata per Acciaierie d’Italia, tra transizione industriale, costi energetici e incertezze sul futuro dello stabilimento di Taranto. Il diario del lavoro ha approfondito il tema con Valerio D’Alò, segretario nazionale della Fim-Cisl.
D’Alò, che valutazione dà la Fim-Cisl della sentenza della Corte di giustizia europea sull’esclusione delle imprese in difficoltà dalle agevolazioni previste per le imprese energivore?
Le do un punto di vista legato un po’ a tutto quello che sta succedendo a livello europeo su questo tema. In Europa siamo stati bravissimi a darci un’autoregolamentazione ambientale, ma non siamo stati, fino a oggi, altrettanto bravi a darci un’autoregolamentazione industriale. Se fa riferimento, per esempio, al mercato degli EU ETS (il sistema europeo di scambio delle quote di emissione, ndr), si crea una condizione simile a quella determinata da questa sentenza: se un’impresa ha gli impianti fermi perché attraversa una crisi aziendale, le assegnazioni di quote gratuite legate al prodotto realizzato la penalizzano nella fase di rilancio.
E dal punto di vista industriale, cosa comporta questa transizione?
Bisogna essere realistici: qualsiasi impresa che deve passare attraverso la decarbonizzazione deve comunque attraversare una fase di crisi aziendale per due motivi abbastanza scontati. Non si può cambiare il ciclo produttivo di un’azienda, in questo caso, senza fermare gli impianti e non si può passare dal ciclo continuo all’elettrico senza fermarli. Ma fermare gli impianti porta poi a una serie di difficoltà nella fase di ripartenza. Questo modo di gestire la transizione ci dà obiettivi molto chiari dal punto di vista ambientale, ma non altrettanto dal punto di vista industriale.
Quali conseguenze può avere questa decisione per Acciaierie d’Italia e per il percorso di rilancio dell’ex Ilva?
Qui c’è un nodo che va comunque sbrogliato. Il punto da cui bisogna partire è una definizione, in positivo o in negativo: Taranto deve avere i forni elettrici e quindi produrre acciaio in maniera innovativa oppure no? Perché poi tutto il resto è anche gestibile. Anche sul prezzo dell’elettricità abbiamo visto che possono essere individuate delle soluzioni. Io credo che anche questi nodi siano gestibili, a condizione però di avere un progetto definito. Purtroppo, ancora oggi, non c’è una certezza su questo.
Quali sono invece, al momento, gli elementi già definiti?
L’unica cosa che sappiamo è che DRI d’Italia (società pubblica, partecipata al 100% da Invitalia, soggetto attuatore degli interventi per la decarbonizzazione del settore siderurgico italiano, ndr) era stata creata con una dotazione di un miliardo, poi ridotta a 800 e passa milioni di euro, e potrebbe essere rifinanziata nella nuova legge di Bilancio, ma a condizione che ci sia un progetto. Quindi, come vede, le condizioni non sono dettate solamente dalla sentenza della Corte europea: c’è molto di più. Ma tutto parte sempre dal progetto industriale. Ai colpi di scena giudiziari ormai siamo talmente abituati che forse non rappresentano neanche più una novità, purtroppo.
In questo quadro, quale ruolo assume la scelta sul forno elettrico?
Diventa tutto molto complicato. Perché se non passa l’elettrico, l’unica cosa su cui si potrebbe puntare – ma parliamoci chiaro, al momento non è neanche sostenibile come idea – è la questione del freddo. Ma parlare soltanto di freddo per l’ex Ilva è una sfida che pone interrogativi importanti sulla competitività, sugli impianti e sui prodotti. È complessa, non è semplice neanche forse raccontarla.
Pensi che solo gli impianti di Taranto, e parlo della laminazione, lasciando stare la produzione primaria, hanno bisogno di molti investimenti. Non è che il freddo possa partire subito. Quindi il nodo del forno elettrico diventa veramente il nodo centrale di tutta la vertenza.
E rispetto alle manifestazioni di interesse per il gruppo?
Anche la cordata italiana, se non fa chiarezza sulla volontà o meno di utilizzare il forno elettrico – pare di sì, ma non abbiamo certezza – è come se si stesse interessando soltanto a uno “spezzatino” del gruppo. Una cosa a cui noi siamo assolutamente contrari da sempre.
Quali sono allora, per la Fim-Cisl, le priorità in questa fase?
La priorità assoluta adesso, nell’attesa obbligata dei tempi della magistratura, è capire cosa succede sia il 30 settembre sia il 20 ottobre. Perché questo può innescare una serie di conseguenze che vanno in direzioni opposte. Se c’è la conferma della fermata nei tempi previsti, va da sé che bisognerà gestire la situazione con quel decreto che ci hanno presentato e che abbiamo discusso.
E se invece i tempi dovessero essere diversi?
Se così non dovesse essere, e i tempi fossero un po’ più morbidi, un po’ più gestibili, allora si può parlare anche di un minimo di attività industriale per poi arrivare alla transizione. Sono due scenari che vanno completamente in direzioni opposte, anche nella gestione degli appalti. Però è chiaro che siamo bloccati in attesa di una decisione dei giudici e quella non può essere né prevista né ipotizzata: bisogna solo aspettare.
E il Governo, invece, come potrebbe agire?
Dobbiamo capire quali scelte verranno fatte. Abbiamo detto con chiarezza che, come è già successo in passato, c’erano tutte le possibilità tecniche per intervenire e garantire quel minimo di produzione che avrebbe evitato i licenziamenti nell’appalto e la messa in cassa integrazione delle 10 mila persone. Poi non si è voluto fare, nonostante tutte le indicazioni tecniche che abbiamo dato.
A quali interventi si riferisce?
Faccio un esempio: l’altoforno 4 ha parti assolutamente prive di amianto perché bonificate in passato e le parti dell’impianto che dovevano marciare si sarebbero potute gestire. In realtà ci è stato detto che questo non succederà e che non ci sarà nessun dispositivo per poter garantire la marcia. Per cui adesso si aspetta solamente la sentenza e vediamo che cosa succede.
Emanuele Ghiani
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