Solo lo 0,89% delle imprese italiane dispone di una copertura per la responsabilità ambientale. I dati elaborati dall’Osservatorio Pool Ambiente sui dati ANIA mostrano un gap di protezione ancora molto ampio. Le imprese sottovalutano la probabilità e la portata economica di un danno ambientale, che può tradursi in costi di bonifica, interruzioni dell’attività e persino danni reputazionali.
Il freno è culturale e per accrescere la consapevolezza delle PMI possono giocare un ruolo importante le compagnie assicurative e gli istituti di credito. In particolare attraverso il canale della bancassurance, come ci racconta Lisa Casali, Manager di Pool Ambiente.
D. Nonostante nel 2023 il numero delle polizze fosse cresciuto del 32,6%, oggi meno dell’un percento delle imprese italiane ha una copertura per i danni ambientali. Quali sono i settori più e meno assicurati e come varia la diffusione delle coperture sul territorio? Le aree maggiormente esposte a questi rischi mostrano una maggiore consapevolezza?
LC. I nostri dati raccontano un mercato che si sta muovendo, ma partendo da una base ancora troppo esigua per un Paese industriale come il nostro. I settori storicamente più regolamentati e sotto la lente degli stakeholder finanziari, ovvero il chimico, l’energia, il waste management e l’oil&gas, guidano la classifica delle coperture. Restano indietro edilizia, manifatturiero diffuso e agroalimentare: comparti il cui impatto ambientale è tanto reale quanto sottostimato dagli stessi imprenditori.
Sul territorio la diffusione segue la mappa industriale, quindi più concentrata al Nord, ma non riscontriamo alcuna correlazione tra esposizione a rischi naturali o ambientali e maggiore propensione assicurativa. È un dato che dovrebbe far riflettere il mercato: la consapevolezza del rischio ambientale non nasce dall’esposizione fisica al pericolo, ma va costruita attivamente.
D. Quali sono oggi i principali fattori che frenano le imprese, soprattutto le PMI, dall’assicurarsi contro i danni ambientali? Quale peso hanno la percezione del rischio, il costo della copertura e la difficoltà nel comprenderne l’effettiva portata?
LC. Il vero ostacolo non è economico, è culturale. Le PMI continuano a considerare il danno ambientale un rischio residuale, “da grande impresa”, quando basta un piccolo incidente (ad esempio il cedimento di una condotta, uno sversamento, il ribaltamento di un fusto) per generare costi di bonifica capaci di erodere anche più del fatturato annuo.
A questo si somma una barriera tecnica non trascurabile: la responsabilità ambientale, disciplinata dal D.Lgs. 152/2006, ha una complessità normativa che rende difficile per l’imprenditore comprendere l’effettiva portata della copertura, e altrettanto difficile per l’intermediario proporla con la competenza necessaria. Il costo della polizza, quando il rischio è correttamente inquadrato, è quasi sempre sostenibile. Il costo che davvero frena il mercato è quello dell’incertezza percepita.
D. Quali sono i danni, anche collaterali, legati a un danno ambientale? E quali costi può quindi comportare? Inoltre, quali sono oggi gli scenari di rischio che le imprese sottovalutano maggiormente?
LC. Un evento ambientale non si esaurisce mai nel danno diretto. Alla bonifica di suolo e falda si aggiungono le spese di messa in sicurezza d’urgenza, il danno alla biodiversità, sanzioni amministrative e penali, contenzioso con terzi ed enti pubblici, interruzione dell’attività e danno reputazionale: una catena di costi che si dispiega per anni, non per mesi.
Gli scenari oggi più sottovalutati riguardano la contaminazione storica che riemerge in fase di due diligence su operazioni di M&A o cessioni immobiliari. E anche le nuove esposizioni legate alla transizione energetica: stoccaggio batterie, impianti di rinnovabili, gestione dei relativi rifiuti. Rischi ambientali inediti che il mercato non ha ancora imparato a presidiare con la dovuta attenzione.
D. La tecnologia può contribuire a individuare le vulnerabilità prima che si verifichi un sinistro e a monitorare nel tempo il livello di esposizione dell’impresa. Come stanno evolvendo gli strumenti tecnologici a supporto della valutazione del rischio ambientale? E come cambiano, di conseguenza, i servizi di prevenzione e risk assessment che affiancano la tradizionale copertura assicurativa?
LC. Tecnologie satellitari, sensoristica e modelli predittivi stanno trasformando la valutazione del rischio ambientale da fotografia statica a monitoraggio continuo, capace di intercettare perdite, non conformità e criticità impiantistiche prima che diventino sinistri.
È un cambio di paradigma per l’intero settore: l’assicuratore non è più solo chi interviene a danno avvenuto, ma un partner che accompagna l’impresa in un percorso costante di prevenzione.
D. Per colmare il gap di protezione serve raggiungere le imprese con maggiore capillarità, soprattutto quelle di piccole e medie dimensioni. Quale ruolo possono giocare banche e compagnie assicurative, anche attraverso la bancassicurazione, nel diffondere una maggiore cultura del rischio ambientale? E quali interventi normativi o incentivi potrebbero favorire la diffusione delle coperture?
LC. Le banche dispongono di una capillarità e di una prossimità alle PMI che il settore assicurativo, da solo, non è in grado di replicare. La bancassicurazione può diventare il canale principale di alfabetizzazione al rischio ambientale, agganciando la proposta assicurativa a momenti già presidiati dall’istituto, come l’erogazione del credito o la valutazione ESG del cliente.
Sul piano normativo, servono incentivi fiscali per le imprese assicurate, criteri di rating creditizio che riconoscano la copertura ambientale come fattore di mitigazione del rischio e maggiore chiarezza interpretativa sul perimetro di responsabilità, che oggi resta una delle principali fonti di incertezza per il mercato.
Il consorzio di coassicurazione nato dal disastro di Seveso
Pool Ambiente nasce nel 1979, dopo il disastro di Seveso, per sviluppare competenze e capacità assicurativa sui rischi ambientali. «L’obiettivo era colmare un vuoto di competenza tecnica e assicurativa che il disastro aveva reso drammaticamente evidente – spiega Casali. Oggi il consorzio riunisce circa 21 compagnie e mette in comune capacità di sottoscrizione, gestione dei sinistri e sviluppo dei prodotti.
L’attività di Pool Ambiente comprende anche la prevenzione e la diffusione della cultura del rischio ambientale. Il consorzio ha promosso la prima prassi di riferimento UNI dedicata alla gestione del rischio ambientale e svolge attività di formazione e confronto con le autorità ambientali».
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