Quella che trovate nelle righe sotto è la lunga riflessione di Manuelita Scigliano, presiedete della cooperativa sociale Sabir. Una realtà radicata a Crotone, ma attiva in tutta la Calabria, nell’ambito dell’inclusione sociale, della tutela dei diritti umani e del welfare territoriale. Una parte centrale del lavoro si concentra sull’accoglienza e l’integrazione di migranti, richiedenti asilo e minori stranieri non accompagnati.
Oggi accuso un sistema pubblico che pretende legalità mentre, troppo spesso, crea le condizioni materiali perché rispettarla diventi un esercizio di equilibrismo. Lo dico con la prudenza di chi ha studiato diritto e sa bene che la responsabilità penale è personale. La mia è dunque una provocazione. Ma è una provocazione che contiene una domanda seria: che responsabilità ha lo Stato quando, attraverso la propria inefficienza, i propri ritardi e talvolta l’incompetenza della propria macchina amministrativa, crea le condizioni perché rispettare contemporaneamente tutte le regole diventi quasi impossibile?
Lo Stato ti affida un servizio. Tu devi assumere personale. Devi pagare gli stipendi. Devi versare contributi e imposte. Devi avere il Durc (Documento Unico di Regolarità Contributiva) regolare. Devi pagare fornitori, affitti, utenze, assicurazioni. Devi rispettare standard, capitolati, rapporti numerici, qualifiche professionali, turnazioni. Devi garantire il servizio ogni giorno, perché dall’altra parte non ci sono numeri, ci sono persone. Un bambino con disabilità non può aspettare che venga liquidata una fattura, un minore straniero arrivato solo in Italia non può smettere di mangiare perché un procedimento amministrativo non è concluso. Una persona senza dimora non può sospendere la propria fragilità in attesa di un decreto, un anziano non può mettere in pausa la propria non autosufficienza.
I bisogni delle persone non conoscono i tempi della burocrazia

Poi arriva il momento nel quale lo Stato deve rispettare la propria parte del patto. Pagare. E improvvisamente il tempo cambia significato, trenta giorni diventano sessanta, sessanta diventano sei mesi, sei mesi diventano un anno. La pratica è in istruttoria. Manca una verifica. Deve firmare un altro ufficio. Il responsabile è cambiato. Il capitolo non è stato ancora aperto. Il trasferimento non è arrivato. E intanto tu devi continuare. Ed è qui che avviene il primo rovesciamento. Non è più la Pubblica Amministrazione a finanziare un servizio affidato al privato sociale. È il privato sociale che finanzia la Pubblica Amministrazione. Senza averlo scelto. Senza essere una banca. E spesso indebitandosi con una banca per poter continuare a svolgere una funzione pubblica.
Un bambino con disabilità non può aspettare che venga liquidata una fattura, un minore straniero arrivato solo in Italia non può smettere di mangiare perché un procedimento amministrativo non è concluso
Sarebbe persino rassicurante se tutto si riducesse alla lentezza della Pubblica Amministrazione, il problema però è molto più profondo. Negli anni abbiamo costruito un sistema nel quale una parte crescente del welfare viene realizzata attraverso organizzazioni sociali alle quali, però, raramente viene riconosciuta una vera capacità di concorrere alla definizione delle politiche. Sulla carta la chiamiamo sussidiarietà e parliamo di co-programmazione, di co-progettazione, di amministrazione condivisa. Nella pratica, troppo spesso, la co-programmazione diventa un bando già scritto, la co-progettazione diventa un formulario, la sussidiarietà diventa esternalizzazione e la collaborazione diventa subordinazione. Ci chiamano partner quando hanno bisogno della nostra esperienza, della nostra prossimità, delle nostre relazioni, dei nostri operatori e persino delle nostre risorse finanziarie. Torniamo ad essere fornitori quando dobbiamo essere pagati. Ed è qui che nasce un secondo paradosso.
I bandi impossibili
Ci sono bandi che chiunque abbia realmente gestito determinati servizi sa essere difficilmente sostenibili, con prestazioni incompatibili con le risorse disponibili, personale richiesto senza una copertura economica adeguata, con tempi di progetto incompatibili con la complessità degli interventi e obiettivi bellissimi sulla carta ma irrealistici nel mondo vero. Le procedure del sistema che oramai permea qualsiasi intervento sociale sembrano costruite da chi quelle persone, quei quartieri, quelle famiglie, quelle periferie non le ha mai incontrate. Eppure si partecipa. Perché nei territori fragili la libertà di dire no è spesso una libertà soltanto teorica e non partecipare significa perdere un servizio, significa licenziare lavoratori, significa disperdere competenze costruite in anni, significa lasciare ancora più solo un territorio. A volte significa semplicemente chiudere. E allora ci si piega. Si prova a farcela. Si riducono i margini. Si anticipano risorse. Si rinviano investimenti. Si compensano le insufficienze economiche con ore di volontariato. Si chiede agli operatori uno sforzo in più. Si corre in banca. Si costruiscono equilibrismi. E lentamente si entra in quel limbo grigio tra ciò che sarebbe necessario fare, ciò che sarebbe possibile fare e ciò che le regole pretendono che venga fatto.


Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI
È qui che torna la provocazione dalla quale sono partita, non per giustificare l’illegalità anzi al contrario, per chiedere che la legalità venga presa abbastanza sul serio da interrogarsi anche sulle condizioni che permettono di rispettarla. Perché se chi delinque deve rispondere delle proprie azioni – e deve farlo – non possiamo continuare a considerare irrilevante la responsabilità di chi costruisce sistemi amministrativi ed economici che spingono continuamente organizzazioni e persone verso il margine.
La progettificazione del sociale
Tutto quello descritto finora è il risultato di una profonda trasformazione, forse meno visibile ma più pervasiva: la trasformazione dell‘agorà sociale in un progetto, dell’impegno civico e politico in “prestazioni e servizi”. Ma il progetto in sé, come idealizzazione di una forma scevra dei suoi contenuti non è altro che una sequenza di indicatori. Naturalmente bisogna programmare, bisogna misurare, bisogna rendicontare il denaro pubblico, bisogna valutare l’impatto, non si vuole affermare il contrario, tutt’altro. Ma qualcosa si rompe quando lo strumento utilizzato per rappresentare la realtà finisce per sostituirsi alla realtà stessa. Quando l’indicatore diventa più importante della persona che dovrebbe misurare. Quando il raggiungimento del target diventa più importante del cambiamento che quel target avrebbe dovuto rappresentare e un adolescente che finalmente torna a scuola diventa un output, una relazione educativa diventa un’ora rendicontata, una comunità diventa un numero di beneficiari, una vulnerabilità diventa una linea di finanziamento.
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Professionisti che dovrebbero stare con le persone trascorrono giornate davanti a formulari, con educatori che devono sapere compilare timesheet prima ancora di saper svolgere il loro lavoro, assistenti sociali che raccolgono firme come fosse la parte fondamentale del loro lavoro, organizzazioni nate per leggere i bisogni diventano bravissime a leggere bandi.
Nei territori fragili la libertà di dire no è spesso una libertà soltanto teorica e non partecipare significa perdere un servizio, significa licenziare lavoratori
E a vincere poi non sono le organizzazioni più brave o competenti a leggere i bisogni o a proporre soluzioni ma quelle più brave a “scrivere” progetti. E tanto peggio per la realtà se non riuscirà a stare nelle griglie dei formulari. Arriviamo al paradosso definitivo: non costruiamo più un progetto perché abbiamo individuato un bisogno. Cerchiamo il bisogno che corrisponde al progetto che è stato finanziato. E così la progettificazione non modifica soltanto il nostro modo di lavorare, modifica il nostro modo di guardare la società.
Per occuparsi dei poveri bisogna essere ricchi
Poi arriva la finanza ed è probabilmente qui che il paradosso raggiunge la sua forma più evidente. Lo Stato individua un’attività di interesse generale, pubblica un avviso, seleziona un progetto e concede un finanziamento. Il soggetto sociale deve iniziare a realizzarlo ma per ricevere l’anticipazione delle somme che serviranno a svolgere quell’attività può essere chiamato a presentare una fideiussione bancaria o assicurativa. Vale la pena dirlo senza il linguaggio della burocrazia: la Pubblica Amministrazione ti chiede di svolgere un’attività che considera di interesse pubblico, tu metti a disposizione competenze, organizzazione e persone e, in determinati meccanismi di finanziamento, prima ancora di ricevere le risorse devi dimostrare di avere una solidità finanziaria sufficiente a garantire quelle stesse risorse. Poi inizi. Anticipi. Aspetti. E se i pagamenti ritardano, torni in banca.
Una piccola organizzazione radicata in un’area fragile può essere straordinariamente competente e non avere abbastanza patrimonio per sopportare dodici mesi di ritardi e così rischiamo di selezionare non chi sa fare meglio il lavoro, ma chi può permettersi di aspettare più a lungo per essere pagato
Naturalmente, sul piano giuridico, la fideiussione non garantisce “l’inefficienza dello Stato”: garantisce l’anticipazione ricevuta e la sua eventuale restituzione nei casi previsti. Ma sul piano politico il paradosso rimane enorme. Perché nessuno rilascia una garanzia equivalente al soggetto sociale sui tempi nei quali la Pubblica Amministrazione adempirà alle proprie obbligazioni. Il rischio scende sempre verso il basso: dall’amministrazione all’ente, dall’ente alla banca, dalla banca alle garanzie patrimoniali di chi quell’ente lo amministra. E allora arriviamo a una conclusione grottesca: per occuparsi dei poveri bisogna essere abbastanza ricchi o abbastanza folli. Perché chi possiede patrimonio può anticipare. Chi ha accesso al credito può aspettare. Chi ha grandi dimensioni può compensare. Chi opera in territori economicamente forti può trovare altre risorse. Ma una piccola organizzazione radicata in un’area fragile? Può essere straordinariamente competente e non avere abbastanza patrimonio per sopportare dodici mesi di ritardi e così rischiamo di selezionare non chi sa fare meglio il lavoro, ma chi può permettersi di aspettare più a lungo per essere pagato.
E al Sud tutto questo pesa il doppio
Questa dinamica sarebbe ingiusta ovunque ma nel Mezzogiorno può diventare letale perché proprio nei territori nei quali la presenza dello Stato sarebbe più necessaria, il tessuto economico è spesso meno capace di assorbire le sue inefficienze. Al Sud non esiste sempre il paracadute del mercato privato, non ci sono patrimoni infiniti, tradizioni consolidate di fundraising, di crowfunding, non c’è un sistema finanziario disposto a concedere credito senza limiti e contemporaneamente sono proprio questi i territori nei quali il privato sociale viene chiamato più frequentemente a riempire i vuoti. In conclusione, non abbiamo soltanto esternalizzato una parte del welfare, abbiamo privatizzato il rischio finanziario del welfare. Ma abbiamo lasciato pubblica la possibilità di stabilire regole, tempi, procedure e condizioni. Questa non è sussidiarietà, è asimmetria.
Ed è forse questa la contraddizione che fa più male. Dopo aver trasferito il servizio, il costo, il rischio, dopo averti fatto aspettare, lo Stato torna. Questa volta per controllarti. E sia chiaro: deve farlo perché chi utilizza denaro pubblico deve essere controllato, chi gestisce persone vulnerabili deve essere controllato ancora di più, ma il controllo diventa intollerabile quando è costruito su un rapporto nel quale soltanto una delle due parti sembra essere chiamata a rispondere delle proprie inadempienze. Se sbaglia il privato, esiste un responsabile. Ma se sbaglia la macchina amministrativa? La pratica passa. Il dirigente cambia. La competenza apparteneva a un altro ufficio. Mancava un parere. La piattaforma non funzionava. La Ragioneria non aveva concluso. Il Ministero non aveva trasferito. La Regione non aveva liquidato. Il Comune aspettava la Regione. E la responsabilità si dissolve.
Non chiediamo meno controlli, chiediamo controlli migliori. Non chiediamo meno regole, chiediamo regole possibili. Non chiediamo di non rendicontare, chiediamo che la rendicontazione serva a comprendere ciò che abbiamo fatto e non che ciò che facciamo serva soltanto a soddisfare la rendicontazione
Non chiediamo meno Stato
E allora sia chiaro, questo j’accuse non è contro lo Stato, è esattamente il contrario. È una richiesta di Stato. Non chiediamo meno controlli, chiediamo controlli migliori. Non chiediamo meno regole, chiediamo regole possibili. Non chiediamo di non rendicontare, chiediamo che la rendicontazione serva a comprendere ciò che abbiamo fatto e non che ciò che facciamo serva soltanto a soddisfare la rendicontazione. Non chiediamo privilegi per il Terzo settore, chiediamo reciprocità. Se io devo rispettare una scadenza, rispettala anche tu. Se io devo rispondere di un errore, rispondine anche tu. Se mi chiami partner, trattami da partner.
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