Il ricambio generazionale è un problema conosciuto da tempo e, soprattutto, uno tra i più urgenti da affrontare nel settore agricolo. I giovani titolari di azienda, infatti, sono una quota sempre più ridotta, pur avendo grandi capacità manageriali. Dalle statistiche emerge, infatti, che, quando riescono a entrare nel settore, sono proprio loro quelli che guidano le aziende mediamente più grandi, innovative e diversificate.
Allora cosa è che non sta funzionando nel processo? Le politiche europee e nazionali hanno inserito ormai da anni tra le loro priorità, il sostegno ai giovani per riavvicinarli all’agricoltura, ma i risultati sperati non stanno arrivando. Gli strumenti messi in campo, dunque, probabilmente non riescono davvero ad aiutare chi vuole diventare agricoltore, e diventa praticamente impossibile entrare in questo settore, soprattutto se non si possiede già un’azienda, dei terreni o un patrimonio familiare da cui partire,
Indicazioni interessanti per approfondire questo tema arrivano dal lavoro “Giovani agricoltori e nuova PAC. Cosa insegna l’esperienza italiana del Pacchetto giovani“, realizzato da Francesco Licciardo e Barbara Zanetti del CREA, nell’ambito delle attività della Rete PAC, sotto la responsabilità dell’Autorità di Gestione del MASAF. Il lavoro si basa sulla rielaborazione di un’ampia mole di dati tecnici ed evidenze empiriche derivanti dal 7° Censimento Generale dell’Agricoltura Istat, dai dati di monitoraggio dei Programmi di Sviluppo Rurale (PSR 2014-2022), dai nuovi Complementi Regionali per lo Sviluppo Rurale (CSR 2023-2027) e dalla letteratura valutativa nazionale ed europea, ed analizzare i punti di forza e criticità del “Pacchetto giovani” attuato nel nostro Paese. Questo ha rappresentato un tentativo, unico in Europa, di superare la logica del semplice premio di primo insediamento mettendo insieme sostegno finanziario, investimenti e, in alcuni casi, formazione, consulenza e altre misure di sviluppo rurale. L’output del lavoro risulta particolarmente interessante, anche in considerazione del fatto che per la PAC post 2027 si sta ragionando su un nuovo “Starter Pack” destinato proprio ai giovani agricoltori.
I giovani sono pochi. Ma le loro aziende sono tra le più efficienti
Nel 2020 l’età media degli agricoltori nell’Unione europea era di circa 57 anni e gli under 40 rappresentavano appena il 12% del totale. In Italia il ricambio generazionale appare ancora più difficile. Nel 2020 i giovani rappresentavano soltanto il 9,3% dei titolari di azienda, con una riduzione del 43% rispetto al 2010. Le elaborazioni sui dati più recenti mostrano inoltre una quota scesa al 7,9% nel 2023. Numeri che, presi tal quali, restituiscono l’immagine di un’agricoltura nella quale le nuove generazioni fanno sempre più fatica a trovare spazio. Ma c’è un altro dato che merita attenzione: quando i giovani riescono a entrare, le loro aziende presentano caratteristiche strutturali estremamente interessanti. Le aziende condotte da under 40 hanno infatti una SAU media di 18,3 ettari, contro circa 10 ettari per quelle guidate dagli over 40. I giovani mostrano inoltre, mediamente, livelli più elevati di istruzione e una maggiore propensione verso innovazione, digitalizzazione e diversificazione delle attività. Il problema, dunque, non sembra essere soltanto convincere i giovani che l’agricoltura possa rappresentare un’attività imprenditoriale, ma anche capire quali giovani riescano effettivamente ad accedervi.
Chi riesce davvero a entrare?
Ed è qui che emerge probabilmente la questione più interessante. Non tutti i giovani partono dallo stesso punto. Un conto è subentrare in un’azienda agricola familiare nella quale sono già presenti terreni, fabbricati, macchinari, competenze e rapporti consolidati con banche, fornitori e clienti. Un altro è voler diventare agricoltore partendo da zero. Per queste persone il problema si presenta ancora prima della domanda di finanziamento: bisogna trovare la terra, reperire il capitale iniziale, ottenere credito, fornire garanzie e affrontare investimenti che spesso iniziano a produrre reddito soltanto dopo un certo periodo.
Il sostegno pubblico può ridurre il peso economico dell’avvio, ma non necessariamente elimina la necessità di disporre di risorse proprie o di anticipare parte degli investimenti. Se l’erogazione del sostegno arriva dopo l’avvio degli investimenti, il giovane deve essere nelle condizioni di anticipare le somme necessarie oppure ottenere credito. In altre parole, la barriera all’ingresso in agricoltura può trovarsi a monte del contributo pubblico.
Le analisi CREA sul mercato fondiario avevano già rilevato come l’attivazione dei bandi del Pacchetto giovani avesse alimentato la domanda di terreni in affitto e segnalavano anche situazioni nelle quali erano i genitori ad affittare i terreni ai figli che si insediavano come giovani agricoltori. Nulla di anomalo in questo, in quanto, il passaggio generazionale all’interno di un’azienda familiare per favorire la continuità delle imprese agricole esistenti è uno degli obiettivi fondamentali delle politiche per il ricambio generazionale. La riflessione, però, è un’altra: accanto al ricambio familiare, questo sistema riesce anche a creare spazio per nuovi agricoltori che non provengono da famiglie agricole?
Non basta un premio per creare un’impresa: il modello italiano
Proprio partendo da tutte queste riflessioni, la nostra nazione ha voluto sperimentare un nuovo modello di gestione degli strumenti di sostegno denominato “Pacchetto giovani“. L’intuizione alla base dello strumento è relativamente semplice: avviare un’impresa agricola richiede molto più di un contributo economico iniziale. Servono investimenti, competenze, consulenza, capacità progettuale e accesso alle risorse finanziarie.
Per questo il modello italiano ha cercato di collegare il premio di primo insediamento a un vero e proprio percorso di sviluppo dell’impresa. Un ruolo centrale è stato attribuito al Piano aziendale, chiamato a definire obiettivi, investimenti e prospettive economiche della nuova attività. Al premio potevano inoltre affiancarsi altri interventi del Programma di sviluppo rurale: sostegno agli investimenti aziendali, formazione, consulenza e diversificazione.
L’esperienza del Piemonte nella programmazione 2007-2013, ad esempio, è estremamente indicativa: il 92% dei beneficiari del premio di primo insediamento aveva attivato almeno un’altra misura del PSR e il 45% almeno tre ulteriori interventi. L’idea dunque è stata quella di passare da un aiuto circoscritto al solo insediamento, ad uno di più ampio respiro che sostenga il giovane nel costruire un’impresa in grado di durare nel tempo.
Le criticità emerse dal Pacchetto Giovani
L’esperienza italiana rappresenta sicuramente un riferimento importante per costruire gli strumenti della futura PAC, ma ha evidenziato alcune criticità che ne hanno limitato la capacità di favorire un ricambio generazionale realmente ampio e duraturo, e di cui sarà utile tenere conto per orientare le decisioni future.
In particolare, i limiti principali sono stati:
- forte eterogeneità territoriale: nella programmazione 2014-2022 solo 13 Programmi regionali su 21 hanno adottato il Pacchetto, con requisiti, interventi e procedure differenti tra i territori;
- integrazione incompleta degli strumenti: premio di insediamento, investimenti, formazione e consulenza hanno spesso mantenuto iter amministrativi distinti, trasformando un progetto teoricamente unitario in più procedure da gestire separatamente;
- complessità amministrativa e tempi incerti, che possono rappresentare un ostacolo soprattutto per chi avvia un’impresa da zero;
- requisiti dimensionali e patrimoniali poco flessibili, con il rischio di favorire maggiormente il subentro in aziende già strutturate rispetto alla nascita di nuove imprese;
- valutazione troppo concentrata sulla spesa e sul numero di beneficiari, anziché sugli effetti prodotti nel medio-lungo periodo.
Per valutare realmente l’efficacia di queste politiche occorrerebbe quindi verificare quante aziende sopravvivono dopo cinque o dieci anni, se producono reddito, investono e crescono, ma anche quale quota di esse sarebbe nata comunque in assenza del sostegno pubblico.
Dall’esperienza italiana allo “Starter Pack” della nuova PAC
Come in ogni esperienza, le criticità, se analizzate e comprese, possono rappresentare uno strumento utile per creare delle nuove opportunità. Ed è questo il motivo per cui, il dibattito sullo Starter Pack per i giovani agricoltori nella PAC post-2027, prende spunto proprio dal nostro modello “Pacchetto giovani”. La logica è quella di costruire un insieme coordinato di strumenti capace di accompagnare non soltanto l’insediamento, ma anche il consolidamento dell’impresa, combinando sostegno finanziario, investimenti, formazione e consulenza.
In particolare, tra le indicazioni operative che emergono dallo studio ci sono la necessità di un punto unico di accesso, con una domanda e un fascicolo progettuale integrati; dei criteri di selezione che valutino la qualità complessiva del progetto imprenditoriale; dei tempi certi per istruttorie e pagamenti; un migliore coordinamento delle autorizzazioni; dei servizi di consulenza e tutoraggio fin dalle prime fasi.
Ma soprattutto emerge la necessità di prestare maggiore attenzione ai nuovi insediamenti, introducendo sufficiente flessibilità nei requisiti dimensionali e patrimoniali per non escludere proprio chi tenta di costruire un’azienda senza partire da una struttura preesistente. La sfida della nuova PAC, dunque, sarà non soltanto giovani agricoltori, ma anche nuovi agricoltori.
Fonte: Rete PAC – “Giovani agricoltori e nuova PAC Cosa insegna l’esperienza italiana del Pacchetto giovani”
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link




