La bici sostiene il turismo culturale: intervista a Pinar Pinzuti, direttrice della Fiera del Cicloturismo


È un punto di vista che intreccia mobilità e rigenerazione dei luoghi quello condiviso da Pinar Pinzuti (Smirne, 1979), che si occupa di cicloturismo da oltre quindici anni. Direttrice della Fiera del Cicloturismo, che annualmente si tiene a Padova nel mese di marzo per fare il punto sul mondo dei viaggi in bicicletta, è anche consigliera EuroVelo per l’European Cyclists’ Federation e scrive per la testata Bikeitalia.it. Nel 2022 le Nazioni Unite le hanno conferito il World Bicycle Day Award per il suo impegno nella promozione della mobilità. Attiva nei movimenti Women in Cycling e Fancy Women Bike Ride, lavora inoltre per portare più donne in bicicletta e nei ruoli chiave del settore. L’interlocutrice adatta per riflettere sulle potenzialità di un comparto che intercetta e sostiene il turismo culturale più di quanto immaginiamo.

Pinar Pinzuti. Crediti Bikenomist

Il cicloturismo come forma di turismo culturale

Il cicloturismo è spesso raccontato come un fenomeno legato all’outdoor, alla sostenibilità o alla vacanza attiva. Ma per Pinar Pinzuti la bicicletta è soprattutto una chiave per rileggere i luoghi che attraversiamo. Dotata di un antidoto naturale contro il rischio di standardizzazione: “Il suo ritmo. Il rischio della Disneyficazione del territorio esiste in ogni forma di turismo che scala verso grandi numeri, ed è una trappola in cui il cicloturismo potrebbe cadere se inseguisse le stesse logiche del turismo di massa motorizzato. E invece, alla Fiera del Cicloturismo vediamo passare oltre 27mila visitatori, ma la maggior parte di loro non cerca lo spot fotogenico da depennare da una lista per poi scappare. Cerca l’inaspettato, la deviazione, la lentezza”. È così che la bicicletta assume una dimensione culturale: “Non concentra le persone nei soliti centri storici saturi, ma porta valore nei piccoli borghi e nelle economie locali lungo decine o centinaia di chilometri”. Gli esempi più lampanti portano soprattutto al Mezzogiorno: “Penso a progetti straordinari come la Ciclovia dei Parchi della Calabria, la Ciclovia Meridiana in Basilicata, la Via Silente nel Cilento o la Sicily Divide, che attraversa l’entroterra dell’isola da est a ovest. Questi percorsi (non sono neanche tutte piste ciclabili, ma usano spesso le strade secondarie) fanno qualcosa di rivoluzionario: portano il viaggiatore a conoscere paesi, comunità e storie che ancora non esistono sulle guide turistiche”.

Il punto di vista femminile sulla bicicletta

“Storicamente, l’industria della bicicletta e la pianificazione delle infrastrutture sono state modellate da e per un pubblico prevalentemente maschile, con un focus sbilanciato su velocità, attrezzatura e prestazione” spiega Pinzuti, mettendo in campo la sua esperienza con Women in Cycling e Fancy Women Bike Ride “Il movimento femminile porta una trasformazione profonda nelle priorità: sposta l’asse dalla prestazione alla relazione, dalla velocità alla cura, dall’attrezzatura all’accessibilità. Attraverso iniziative come Fancy Women Bike Ride diciamo che la strada appartiene a tutte e tutti, e che si può andare in bici in abiti quotidiani, rivendicando la gioia di occupare lo spazio pubblico. Con Women in Cycling lavoriamo per portare più donne nei ruoli decisionali del settore”. Un passaggio riassume bene il suo approccio: “Le donne sono l’indicatore di qualità e sicurezza di un territorio. Se una ciclovia, un itinerario o una città vengono percepiti come sicuri, accoglienti e ben organizzati da una donna che si muove in bici da sola o con i propri figli, quell’itinerario sarà automaticamente adatto per chiunque. Portare lo sguardo femminile nella mobilità e nel cicloturismo significa creare una città, società e vita migliore”.

In bici lungo la Great Glen Way, in Scozia. Crediti Bikeitalia
In bici lungo la Great Glen Way, in Scozia. Crediti Bikeitalia

Andare oltre la performance sportiva

Pinzuti ama definirsi una “cycling brainwasher”, espressione che racchiude una precisa provocazione nei confronti di un immaginario consolidato: “Per quasi un secolo siamo stati sottoposti a un vero e proprio lavaggio del cervello culturale che ci ha convinti che l’automobile fosse l’unico simbolo di libertà e progresso, relegando la bicicletta a un mero giocattolo per bambini o a un mezzo di rinuncia per chi non può permettersi altro”. L’obiettivo è ribaltare questa narrazione: “Voglio spingere le persone a provare la bicicletta almeno una volta. E il momento ideale per farlo è proprio la vacanza: durante le ferie abbiamo il tempo di sperimentare nuove abilità, vivere esperienze diverse e spezzare le routine quotidiane. Se provi la bicicletta in vacanza e ne scopri la bellezza, quella sensazione ti resta dentro anche quando torni a casa”. A questa visione si lega anche la sua esperienza personale di viaggio sulle due ruote. Il primo grande itinerario fu il viaggio di nozze con il marito Paolo tra Svizzera e Germania, un’esperienza che le fece capire quanto un’infrastruttura protetta possa dare sicurezza anche a chi è alle prime armi. Attraversando l’Europa, lei stessa ha scoperto modelli molto diversi: “La Spagna, pur non avendo la densità di ciclabili del Nord Europa, ha approvato leggi coraggiose per tutelare i ciclisti sulle strade condivise, rendendo sicuro pedalare in ogni sua regione. Le Fiandre collegano città d’arte e natura sfruttando i canali e i fiumi; la Slovenia offre un’immersione selvaggia sulle strade sterrate e sulla gravel, avvicinando il viaggiatore alla natura più pura; la Croazia ha scelto una strategia coordinata dove tutte le regioni si stanno attrezzando per accogliere i ciclisti, mentre i Paesi scandinavi hanno un potenziale enorme per chi cerca l’avventura in territori non intaccati dal turismo tradizionale”. Il punto centrale resta il cambiamento di approccio. “Per decenni il mondo del ciclismo è stato raccontato solo attraverso i watt, il dislivello, la lycra e i tempi di percorrenza. Questa modalità ha spaventato ed escluso milioni di persone. Il cicloturismo non si misura in prestazioni sportive, ma in esperienze al minuto: quante persone incontri, che cibi assaggi, che paesaggio osservi”. La diffusione delle e-bike rappresenta, dunque, “una rivoluzione democratica” perché ha abbattuto la barriera della fatica e aperto territori collinari e montani a famiglie, anziani e a chi semplicemente desidera godersi il viaggio senza l’ansia dell’allenamento. “Dobbiamo smettere di parlare agli atleti e iniziare a parlare alle persone”.

Ma la trasformazione culturale non può prescindere da un ecosistema adeguato. “Un nastro d’asfalto o di sterrato senza servizi è solo un’infrastruttura, non è un prodotto turistico. L’anello debole del sistema italiano non è soltanto la mancanza di piste ciclabili, ma l’assenza di reti integrate: ciclovie collegate tra loro, imprese capaci di offrire servizi come trasporto bagagli, noleggio e riparazione, e una formazione continua per operatori e amministrazioni”.

Luisa Taliento

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