Passaggio generazionale, le Entrate stringono sulla nuda proprietà di quote


Il padre dona al figlio le quote della Sas e tiene l’usufrutto. Per il Fisco l’esenzione spetta solo se il figlio comanda davvero. Ma la legge, e la Cassazione, sembrano dire altro.

L’imprenditore italiano medio ha due desideri contraddittori. Il primo: lasciare l’azienda ai figli senza pagare imposte. Il secondo: continuare a decidere lui, finché può. Lo strumento classico per conciliare le due cose è la donazione della nuda proprietà delle quote, con riserva di usufrutto al genitore. Il figlio diventa socio, il padre conserva i frutti e spesso anche il timone. L’Agenzia delle Entrate, allo Speciale Telefisco del 24 settembre 2026, ha ristretto questa strada. Per le quote di società di persone, l’esenzione dall’imposta sulle donazioni prevista per il passaggio generazionale spetta solo se il figlio nudo proprietario acquisisce la titolarità piena di ogni potere gestorio. Se il padre usufruttuario continua a gestire, niente agevolazione. L’Agenzia richiama la risposta a interpello n. 116 del 4 giugno 2026. Ma la norma non pone questa condizione. E la Cassazione, con l’ordinanza n. 7619 del 30 marzo 2026, ha detto il contrario.

Cosa prevede l’esenzione per il passaggio generazionale?

L’art. 3, comma 4-ter, del Testo unico sull’imposta di successione e donazione esenta dall’imposta i trasferimenti di aziende e partecipazioni a favore dei discendenti e del coniuge, per successione, donazione o patto di famiglia. È pensato per evitare che il passaggio dell’impresa di famiglia sia frenato dal peso fiscale.

L’esenzione ha un prezzo: i beneficiari devono impegnarsi, nell’atto o nella dichiarazione di successione, a mantenere l’impresa o le quote per cinque anni. Se non rispettano l’impegno, decadono dall’agevolazione e pagano l’imposta, con sanzioni e interessi.

Dopo la riforma del d.lgs. n. 139/2024, la norma distingue tre situazioni, ciascuna con un proprio requisito da rispettare nei cinque anni:

  • per le aziende, la prosecuzione dell’attività;
  • per le partecipazioni in società di capitali, il controllo della società (art. 2359 cod. civ.);
  • per le altre quote sociali, cioè quelle di società di persone, la titolarità del diritto.

Cosa ha detto l’Agenzia delle Entrate?

Il caso è quello del padre che dona al figlio la nuda proprietà di quote di una società di persone, per esempio una snc o una sas, riservandosi l’usufrutto. Per l’Agenzia l’esenzione spetta solo se il figlio acquisisce la piena titolarità di ogni potere di gestione.

Nella risposta n. 116/2026 l’esenzione era stata negata proprio perché il padre usufruttuario conservava poteri gestori. L’Agenzia ha motivato la scelta con un’interpretazione logico-sistematica della norma, per salvaguardare la finalitàdell’agevolazione: favorire un passaggio vero, non solo formale.

Esempio concreto. Un artigiano di 68 anni, socio accomandatario di una sas, dona al figlio la nuda proprietà della propria quota e si tiene l’usufrutto e l’amministrazione. Secondo l’Agenzia, finché il padre continua a gestire, il figlio non ha diritto all’esenzione, e la donazione è tassata.

Perché la posizione dell’Agenzia è contestata?

Per tre ragioni, messe in fila da Sergio Pellegrino nel suo commento sul Sole 24 Ore.

La prima è testuale. L’art. 3, comma 4-ter, non richiede alcun potere gestorio per le quote di società di persone. Richiede la titolarità del diritto. L’Agenzia ha dovuto ricorrere a un’interpretazione «logico-sistematica» proprio perché nel testo quella condizione non c’è.

La seconda è sistematica. Il legislatore ha previsto requisiti diversi per i tre tipi di trasferimento. Il controllo è richiesto solo per le società di capitali. Pretendere pieni poteri gestori anche per le società di persone significa, in sostanza, estendere a loro un requisito che la legge ha riservato ad altri, cancellando per via interpretativa una distinzione voluta.

La terza è giurisprudenziale. Con l’ordinanza n. 7619 del 30 marzo 2026, la Cassazione ha affermato che l’esenzione spetta anche se sulla quota è costituito un usufrutto, purché l’impegno quinquennale sia assunto dal nudo proprietario, che è il socio. Senza porre ulteriori vincoli sulle prerogative di gestione che l’usufruttuario conserva. La risposta n. 116/2026 cita quella decisione, ma ne trae conclusioni diverse.

La continuità dell’impresa non è comunque garantita?

Secondo la lettura critica, sì. La norma ha già due presidi. L’impegno quinquennale, sanzionato con la decadenza, che il nudo proprietario assume in quanto socio. E il consolidamento della piena proprietà in capo al figlio quando l’usufrutto si estingue, di regola alla morte del padre. Il passaggio generazionale, in questo schema, non è fittizio: è graduale. Il figlio è socio da subito, e diventerà pieno proprietario più avanti.

La riserva di usufrutto è, del resto, uno degli strumenti più usati proprio per programmare il passaggio dell’impresa, consentendo al fondatore di accompagnare i figli per qualche anno.

Cosa devono fare le famiglie che stanno pianificando la donazione?

Fino a un eventuale ripensamento dell’Agenzia, conviene tenere conto della sua posizione, perché è quella che gli uffici applicheranno in sede di controllo. Le strade sono tre.

La prima: strutturare la donazione in modo che il figlio nudo proprietario abbia davvero i poteri gestori, per esempio con modifiche ai patti sociali che attribuiscano a lui l’amministrazione, e al padre solo i diritti economici. In questo caso l’esenzione spetta anche secondo l’Agenzia.

La seconda: chiedere un interpello prima dell’operazione, descrivendo con precisione l’assetto dei poteri.

La terza: procedere secondo la lettura della norma e della Cassazione, sapendo che un eventuale accertamento andrà contestato davanti al giudice, con l’ordinanza n. 7619/2026 come principale argomento. È la scelta più rischiosa, ma anche quella che, secondo il testo della legge, appare più fondata.




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